Andato in scena al Teatro Duse di Bologna
Tre musicisti, una voce inconfondibile,una scrittura capace di farsi carezza e graffio: a volte basta questo per fare un grande concerto. In un tempo in cui molti live seguono l’eccesso, tra effetti, basi, sovrastrutture e spettacolarità spesso ridondanti, Eugenio Finardi sceglie la strada più complessa da percorrere: la semplicità. Ed è proprio lì, in quella nudità priva di artifici che il cantautore ha trovato la sua forza più autentica.
Sul palcoscenico del Teatro Duse di Bologna, accanto al cantautore milanese, tre musicisti capaci di dare sostanza e respiro a questo equilibrio così essenziale: Giovanni “Giuvazza” Maggiore alla chitarra, ai loop e ai cori, Claudio Arfinengo alla batteria e alle percussioni e Maximilian Agostini alle tastiere e al basso.
Un’organico ridotto, dunque, ma tutt’altro che povero: al contrario, proprio questa misura ha permesso alla musica di restare sempre in primo piano, senza distrazioni, senza orpelli, senza quel bisogno di spettacolarizzazione tutto che, spesso, oggi sembra quasi obbligatorio. La musica di Finardi al contrario è al servizio della canzone, e ogni scelta sembra nascere da un’idea precisa di rigore e verità.
Ed è così, senza indulgere alla nostalgia ma rimettendo continuamente le canzoni in movimento, che Finardi nel suo nuovo tour “Tutto ’75-‘25” attraversa cinquant’anni di musica mettendo in dialogo il repertorio storico con i brani del suo ultimo lavoro “Tutto”, ponendo l’attenzione sia alla sua anima elettrica che a quella più riflessiva e narrativa.
La semplicità qui non è mai sembrata sottrazione, ma semmai intenzione. Senza apparati scenici invasivi, senza effetti eccessivi, il cantautore ha lasciato che fossero le parole, la voce e il dialogo con i musicisti a occupare tutto lo spazio necessario. Ed è grazie a ciò che è emersa con forza la qualità della sua scrittura: canzoni che, anche se appartengono a stagioni lontane, continuano a parlare al presente con un’urgenza quasi disarmante.
Quando arrivano brani com La radio, Musica Ribelle, Un uomo, Extraterrestre, il pubblico ritrova i titoli più amati, ma quello che colpisce è la capacità che hanno queste canzoni di respirare ancora oggi, di raccontare l’essere umano, conservando intatta la loro capacità di interrogare, smuovere, emozionare.
Tra una canzone e l’altra, tra momenti rock e altri in acustico, Finardi ha tessuto l’intreccio delle canzoni con aneddoti che riportano con il cuore e con la mente a una stagione musicale irripetibile. Il ricordo dei grandi cantautori della sua epoca aleggiava nell’aria e, fra tutti, quello ricordato con grande senso di amicizia è stato Ivan Graziani, evocato come una figura amica e generosa, compagno di un’epoca artistica in cui la canzone d’autore sapeva essere insieme libera, colta e popolare.
Alla fine, ciò che rimane di questo concerto è il desiderio di Finardi di continuare a interrogare il presente attraverso le sue canzoni regalando al pubblico il suo modo di intendere la musica come scrittura, pensiero, memoria e libertà.
Amelia Di Pietro

