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Santarcangelo Festival Deep Pressures, anatomia di corpi sotto pressione verso nuovi linguaggi

Lavinia Laura Morisco
Ultima modifica: 10 Luglio 2026 12:51
Lavinia Laura Morisco
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56
In relation to whom? FOTO di Marc Cesneau
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Uno sguardo su 'In relation to whom?', 'HA' e 'BOW'

Sono due gli elementi che balzano subito all’occhio al Santarcangelo Festival 2026: da un lato la ricerca di un contatto diretto e “safe” con il pubblico nell’hic et nunc della rappresentazione; dall’altro il tentativo di costruire nuovi linguaggi capaci di aprire la strada a un’idea diversa di libertà, sottraendosi a una realtà che ogni giorno esercita nuove forme di pressione.

Contents
  • Uno sguardo su 'In relation to whom?', 'HA' e 'BOW'
  • Santarcangelo Festival: un luogo magico dove la performance supera la realtà
  • In relation to whom? – un training fisico verso l’esplorazione di nuovi linguaggi
  • HA di Jana Jacuka: una performance provocatoria dagli effetti perturbanti
  • BOW: quando l’inchino abbatte la quarta parete e diventa danza rituale in Piazza Ganganelli

Deep Pressures è il titolo e il filo conduttore della 56ª edizione del Santarcangelo Festival, per l’ultimo anno sotto la direzione artistica di Tomasz Kireńczuk, che definisce il festival come «un momento di respiro comune. Un momento di rottura, di pausa, presenza e intensità, dove incontrare prospettive diverse con cui pensare la contemporaneità e il futuro».

Che cosa accade a un corpo-mente compresso, sottoposto alle pressioni sociali, politiche e ai processi di omologazione?

Al Santarcangelo Festival 2026 la risposta passa proprio attraverso il respiro. È il respiro a emergere, nelle performance più potenti e liberatorie, come un’energia magnetica che attraversa i corpi e affiora da mondi interiori invisibili. Diventa un gesto rivoluzionario per sottrarsi alle pressioni del presente e, perché no, anche un momento di sospensione, il tempo necessario per prendere una boccata d’aria.

I corpi dei performer diventano così voce di mondi sotterranei, creature aliene in trance, oppure aneliti di codici e linguaggi che sembrano provenire dal futuro.

Santarcangelo Festival: un luogo magico dove la performance supera la realtà

Nel teatro povero di Jerzy Grotowski la caduta della quarta parete non è un semplice espediente scenico, ma il cuore stesso dell’esperienza teatrale. La distanza tra attore e spettatore si dissolve, lasciando spazio a un incontro diretto, fisico e profondamente umano. Il respiro, il sudore e la tensione del corpo del performer diventano un linguaggio vivo, capace di travolgere lo spettatore sul piano sensoriale ed emotivo. È attraverso questa presenza autentica, insieme carnale e rituale, che la performance smette di essere rappresentazione e si trasforma in esperienza condivisa.

È in questa dimensione che si colloca il Santarcangelo Festival 2026: un grande palco aperto dove la performance supera la realtà, nel luogo quasi magico che è Santarcangelo di Romagna. Qui il festival non è più soltanto un appuntamento dedicato alle arti performative, ma una presenza pulsante, profondamente radicata nel territorio e nel suo stile di vita.

In relation to whom? – un training fisico verso l’esplorazione di nuovi linguaggi

Tra le performance in programma, In relation to whom? di Marah Haj Hussen e Nur Garabli rappresenta uno dei tentativi più interessanti di elaborare nuove modalità di relazione con la realtà e con i costrutti culturali imposti dal contesto in cui si cresce.

Le due danzatrici e autrici, entrambe originarie dell’attuale Palestina occupata — rispettivamente di Kofor Yassif e Yafa — sviluppano una ricerca sul movimento che prende avvio dalle pratiche folkloristiche, mentre Haj Hussen negli ultimi anni ha approfondito in particolare i linguaggi corporei prodotti dal colonialismo.

In relation to whom? è prima di tutto un esperimento. Un vero e proprio training fisico costruito a partire dalle tecniche del movimento militare, evidentemente assorbite anche nella formazione coreutica delle due artiste all’interno dei territori della Palestina occupata. L’obiettivo è liberare il corpo da una memoria militare interiorizzata meccanicamente per ritrovare una memoria spontanea del gesto.

Lo spettacolo si muove tra danza e training. I sottotitoli, proiettati in scena in arabo e italiano, costruiscono un vero e proprio vocabolario proveniente dalle danze israeliane. È dal linguaggio che prende avvio il processo di frattura della memoria: nuovi movimenti interrompono la routine corporea appresa e inconsapevolmente assimilata.

La coreografia si fonda sul ritmo, accompagnando il passaggio dal tempo scandito del training militare a un ritmo più intimo e personale. Attraverso una pratica continua, sospesa tra forma imposta e forma mutevole, il corpo tenta di riappropriarsi della propria memoria, ritornando a una sorta di tabula rasa.

Per questo le due performer si muovono su una superficie completamente bianca, come su un foglio ancora da scrivere, dove destrutturare un linguaggio ormai connaturato e immaginarne uno nuovo. Progressivamente i loro corpi sembrano fondersi in un’unica figura, trovando un terreno comune fatto di sguardi, contatti, appoggi e nuove direzioni. Un linguaggio condiviso nel quale rifugiarsi, accompagnato da paesaggi sonori dalle suggestioni arabeggianti che sembrano aprire continuamente nuovi orizzonti.

Proprio per la sua natura processuale, In relation to whom? restituisce la sensazione di assistere a uno spettacolo ancora in divenire, più vicino a un laboratorio aperto che a una forma definitivamente compiuta. Ed è forse proprio questa tensione verso una continua ridefinizione a costituirne uno degli aspetti più interessanti.

HA di Jana Jacuka: una performance provocatoria dagli effetti perturbanti

La scena è essenziale. Sul palco c’è soltanto Jana Jacuka, performer lettone con base ad Amsterdam. Vestita di nero similpelle, come una creatura ferina emersa dal bosco, riesce a ipnotizzare il pubblico con HA, una performance vocale in cui la sillaba HA si trasforma nel suo alter ego sonoro.

Inizialmente è il corpo a occupare lo spazio scenico; progressivamente, però, è la voce a prendere il sopravvento, fino a farsi essa stessa corpo. Jana attraversa il palco come un animale notturno, in una dimensione sospesa che mette al centro la presenza fisica prima ancora della parola.

Estraniante, ipnotica e provocatoria, HA produce un effetto perturbante su chi guarda e ascolta. La sillaba HA, abitualmente associata alla risata, perde ogni leggerezza per trasformarsi in un organismo vocale autonomo, immerso in sonorità vicine al metal growl (letteralmente grugnito, ringhio). Il suono si prolunga, si deforma, diventa esasperato e assordante, fino a trascinare lo spettatore in una dimensione altra, sospesa tra fuga dalla realtà e liberazione dal presente.

È come se quel suono venisse lentamente estratto dal corpo: un filo invisibile da sputare, da espellere, quasi da vomitare. La voce assume così una forma ontologica mutevole, capace di adattarsi alle diverse condizioni dell’esistenza quotidiana.

Il testo, recitato in inglese e accessibile in italiano tramite QR code con sottotitoli, elenca situazioni comuni davanti alle quali si può sorridere, ridere o abbandonarsi a una risata isterica. Ma qui la risata non rappresenta mai un momento di leggerezza: diventa un dispositivo performativo, un gesto ambiguo che oscilla continuamente tra ironia, disagio e liberazione.

Il risultato è una performance perturbante, capace di insinuare curiosità e interrogativi più che offrire risposte, lasciando il pubblico immerso in uno stato di sospensione.

BOW: quando l’inchino abbatte la quarta parete e diventa danza rituale in Piazza Ganganelli

Con BOW (inchino), il coreografo e danzatore polacco Wojciech Grudziński trasforma un gesto di cortesia in una pratica rituale e di resistenza.

Lo spettacolo non è una novità nel percorso dell’artista; a cambiare, in occasione del Santarcangelo Festival, è la sua collocazione. La versione site-specific realizzata in Piazza Ganganelli, cuore pulsante della manifestazione e luogo privilegiato dell’incontro tra artisti e pubblico, modifica profondamente la percezione della performance.

L’abbattimento della quarta parete passa attraverso un gesto semplice e universalmente riconoscibile: l’inchino. Ripetuto ossessivamente per quarantacinque minuti, il movimento perde progressivamente il suo significato convenzionale e diventa uno stato di trance condiviso. È un esercizio di resistenza tanto per i tre performer quanto per gli spettatori, chiamati a confrontarsi con la reiterazione di un unico gesto che si svuota del suo valore originario per acquisirne uno completamente nuovo.

L’inchino si trasforma così in una danza elettro-pop accompagnata da luci stroboscopiche, mentre la vicinanza tra i corpi seminudi dei performer e il pubblico si fa sempre più intensa. La distanza si riduce progressivamente fino a coinvolgere tutti i sensi, in un’esperienza immersiva che supera la semplice osservazione.

È proprio questa gradualità a costituire la forza della performance. L’intensità cresce senza forzature, conducendo lo spettatore dentro un tempo dilatato in cui la ripetizione modifica la percezione dello spazio, del gesto e della relazione.

BOW colpisce per la sua essenzialità e per la capacità di costruire nuovi livelli di realtà a partire da un movimento minimo. Ancora una volta il Santarcangelo Festival conferma una delle sue intuizioni più fertili: fare della prossimità tra performer e spettatore non un semplice dispositivo scenico, ma il luogo in cui il teatro torna a essere esperienza condivisa.

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