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La bastarda di Istanbul

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 24 Marzo 2018 07:50
Tania Turnaturi
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Foto di E. Gallina
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Foto di E. Gallina

In un interno familiare, metafora di una società, i legami affettivi sfrondano conflitti che le asprezze della politica non riescono a ricomporre.

La matriarcale famiglia Kazanci e Istanbul con il suo caleidoscopio di profumi speziati, colori vivaci, tradizioni ataviche e vicende parentali ma anche segreti indicibili e desiderio di riscatto in un un mondo incardinato nel sanguinoso conflitto turco-armeno.

Dal romanzo di Elif Shafak approda sulla scena con la riduzione e regia di Angelo Savelli, la vicenda di un nucleo familiare turco in cui ciascuna protagonista si racconta in terza persona, così da comporre un mosaico che è sintesi del contesto.

Il primo profilo è quello delineato da Serra Yilmaz, la misteriosa Banu che si autodefinisce veggente. A seguire la sorella affetta da otto malattie, la vedova insegnante di storia e la giovane Zeliha altissima e appariscente, che si reca in minigonna presso una clinica per abortire, ma non riuscirà nell’intento. Infine la tradizionalista madre Gulsum punto focale dei legami domestici, orgogliosa dell’unico figlio maschio Mustafa che viene mandato in America per sottrarlo al destino che vede i maschi morire a 41 anni.

Messe al corrente dell’arrivo di un nipotino, dopo la repulsione per una nascita fuori dal vincolo coniugale, si augurano che sia femmina come segno di continuità. Asya crescerà anticonformista e ribelle priva di riferimenti patriarcali, ignorando l’identità del padre.

Aneddoti, ricordi personali, tradizioni familiari e nostalgie si rincorrono, raccontati direttamente al pubblico mentre le video-scenografie di Giuseppe Ragazzini creano l’atmosfera degli interni domestici o degli scorci di Istanbul variopinta e affollata di personaggi di ogni genere. È un cameo la raffigurazione del caffè Kundera, ritrovo del mondo culturale dove “lo sceneggiatore non-nazionalista di film ultranazionalisti, il poeta occasionalmente privo di talento, il fumettista dipsomane e il cronista mondano criptogay” interloquiscono con gli attori.

L’incontro con la Storia avviene con l’arrivo di Armanoush, figlia della moglie di Mustafa, fuggita dall’America all’insaputa di tutti per ricercare le sue origini armene. Accolta amorevolmente, sarà l’amicizia con Asya a rivelare ad entrambe il segreto che lega le due famiglie e a farle confrontare con il conflitto turco-armeno. Le ragazze punteranno al futuro con l’inclusiva consapevolezza che lega tutte loro a un’antica spilla a forma di melograno della nonna Petite Ma.

Il nucleo familiare affronterà la sorprendente rivelazione con indomita coesione, cementata degustando l’ashure (dolce di frutta secca e cereali creato quando l’Arca di Noè si fermò sul Monte Ararat).

Serra Yilmaz (Banu) tesse la trama con l’affabulazione cadenzata che abbiamo imparato a conoscere nei film di Ferzan Ozpetek, conferendo verosimiglianza geografica alla vicenda. Efficaci e ben caratterizzanti i rispettivi ruoli tutti gli altri narratori di un racconto collettivo che si raccorda attraverso i racconti individuali, in un viaggio alla ricerca delle radici di una famiglia e di due popoli: Valentina Chico (Zeliha), Monica Bauco (Feride), Marcella Ermini (Gulsum), Fiorella Sciarretta (Cevriye), Diletta Oculisti (Asya), Elisa Vitiello (Amy) e Riccardo Naldini (Mustafa).

Che notte quella notte
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Danzare con il violoncello
Interno Bernhard
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