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Danza/BallettoRecensioni/Articoli

L’inganno della percezione. “Venezuela” di Naharin strega l’Emilia-Romagna

Massimo Monticelli
Ultima modifica: 27 Febbraio 2020 18:33
Massimo Monticelli
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Venezuela
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VenezuelaIl Teatro Valli è carico di impazienza nei minuti che precedono la prima nazionale di Venezuela, coreografato da Ohad Naharin nel 2017 su Batsheva Dance Company e giunto finalmente in Italia dopo tre anni. Lo spettacolo è sold-out, e l’energia che si respira prima dello spettacolo è frizzante e carica di aspettativa.

Lo spettacolo inizia a luci soffuse, che rischiarano un cospicuo gruppo di danzatori che lentamente avanzano, oscillando, dal centro del proscenio al fondo del palcoscenico, tutti vestiti elegantemente di nero da Eri Nakamura.
Accompagnati da un solenne canto gregoriano, una danzatrice e un danzatore rimangono indietro dalla comune luttuosa processione, arrestandosi in ammiccanti pose che richiamano il ballo da sala latino.
All’improvviso esplode il caos, e pur sotto l’atmosfera dei canti liturgici, gli spettatori assistono un’esibizione di ballo da sala che compie una metamorfosi verso il linguaggio di movimento proprio di Naharin, il Gaga.

In Venezuela, il coreografo israeliano gioca certamente sulla percezione, sul significato e il loro contrasto. Gesti violenti, spezzati, bloccati si contrappongono a movimenti fluidi, sensuali, plastici e statuari; sul piano musicale, invece, coesistono il canto gregoriano e il rap di Notorious B.I.G.
La costruzione coreografica – piuttosto essenziale – invita lo spettatore ad ancorare su immagini chiare e ben riconoscibili i suoi punti di riferimento, lasciando che ciò che viene percepito sia tradotto in un significato istintivo. Si vedono così cinque danzatrici avanzare e indietreggiare imponenti come cariatidi accompagnate da uomini che si presentano all’immaginazione come cani da guardia. Si osservano percorsi geometrici intrecciarsi sul palcoscenico e scomparire senza che ne rimanga traccia negli occhi di chi guarda. Oppure, una comunità brandisce bianchi stendardi come fruste, quasi a parlare di guerra e di impossibile resa.

Tutte queste immagini si susseguono sull’onda continuativa del canto gregoriano, ininterrotto per quasi trenta minuti, fino al subentrare di un litanico ora pro nobis, via via coperto da un intenso rumore bianco. Sulla scena, la prima parte dello spettacolo si avvia verso la fine con una maratona di assoli in cui i corpi esplodono al di là dei loro limiti. In questo turbine di movimento esplosivo lo spettatore vede esaltata una fra le caratteristiche più affascinanti che il Gaga dona ai danzatori che ne padroneggiano il linguaggio: la forte personalità individuale intrecciata a una superba coesione con il gruppo.

Qui avviene l’inaspettato, ovvero tutto torna al principio. Il gruppo centrale oscillante, le pose, il ballo da sala, la coreografia si ripete ossessivamente identica. Il cambiamento avviene nella musica, nei danzatori, e in alcuni particolari, e lo spettatore si rende conto di quanto importante e ben fatta sia a tal proposito la costruzione musicale di Maxim Waratt e il disegno luci di Avi Yona Bueno.
La coreografia ora è familiare, i punti di riferimento precedentemente ancorati guidano l’occhio verso i dettagli che erano precedentemente sfuggiti. Se per i primi minuti ci si aspetta che improvvisamente la coreografia varierà in un nuovo sviluppo, essa ostinatamente si ripete, dimostrando allo stesso spettatore che comunque la percezione è cambiata. Le cariatidi e i loro cani diventano improvvisamente principesse a cavallo di elefanti, il rap e i gesti violenti sono ora sostenuti da un beat ritmico, i bianchi stendardi diventano bandiere riconoscibili. Tutto acquista un significato e un valore nuovo, rielaborato, reinterpretato e, dunque, ri-compreso.

In questo spettacolo noi spettatori veniamo ingannati da noi stessi e Naharin lo sa bene. Questo è il fascino di Venezuela, in cui una strategia coreografica elementare come la ripetizione viene accostata a un sapiente utilizzo del linguaggio fisico, visivo e uditivo, e nella sua ironia diventa quasi rivoluzionaria e demistificatoria.
Dopo gli scroscianti applausi, forse, la riflessione che accompagna il pubblico mentre torna a casa, al di là della meraviglia, è quanto facilmente la nostra comprensione possa essere influenzata da piccole variazioni nel campo percettivo. Un monito, o magari solo un occhiolino, dei tanti che Naharin ama nascondere all’interno dei suoi stupefacenti spettacoli.

———

Di Ohad Naharin
Disegno luci Avi Yona Bueno (Bambi)
Soundtrack design and edit Maxim Waratt
Consulenza musicale Nadav Barnea
Disegno costumi Eri Nakamura

Produzione Batsheva Dance Company
Coproduzione Théâtre National de Chaillot, Paris; Hellerau – European Center for the Arts, Dresden.

“Anatomia” di Simona Bertozzi
Teatro dell’Opera di Roma, Alceste di Gluck
Al via la III edizione di Paesaggi del Corpo Festival Internazionale Danza Contemporanea 
Cous Cous Klan
Gala Roberto Bolle and Friends

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