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Reading: “Mistero Buffo” di Dario Fo e Franca Rame al Teatro Civico Oriana Fallaci di Ozieri
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Teatrionline > Blog > Prosa > “Mistero Buffo” di Dario Fo e Franca Rame al Teatro Civico Oriana Fallaci di Ozieri
Prosa

“Mistero Buffo” di Dario Fo e Franca Rame al Teatro Civico Oriana Fallaci di Ozieri

Redazione2
Ultima modifica: 8 Marzo 2022 19:36
Redazione2
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Nell’Isola sotto le insegne della CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna il “Mistero Buffo” di Dario Fo e Franca Rame nella versione al femminile di Elisa Pistis, giovane e apprezzata attrice e autrice teatrale, protagonista venerdì 11 marzo alle 21 al Teatro Civico “Oriana Fallaci” di Ozieri nel cartellone della Stagione di Prosa 2021-2022 con l’affascinante e coinvolgente “giullarata” ispirata ai Vangeli apocrifi e ai racconti popolari sulla vita di Gesù.

Un capolavoro del Novecento reinterpretato con sensibilità contemporanea, una raffinata e divertente “affabulazione” per riscoprire l’arte e il talento istrionico degli antichi saltimbanchi e giocolieri, musici, mimi, contastorie e poeti capaci di intrattenere un pubblico variegato, girando di città in città, tra le piazze e i mercati, le dimore dell’aristocrazia e le corti dei sovrani d’Europa.

“Mistero Buffo” conserva a cinquant’anni dalla prima, nella vivace temperie della fine degli Anni Sessanta, tutta la freschezza e la ricchezza espressiva di un’opera originale, tra l’estro e la vis comica di un maestro come Dario Fo (Premio Nobel per la Letteratura) e l’invenzione di una lingua, un moderno “grammelot” capace di varcare i confini e tradurre in una partitura di gesti e suoni complesse trame e sentimenti universali. Il “giullare” diventa così il tramite tra la cultura “alta” e le genti di basso ceto, capace di improvvisare su un “canovaccio” e trarre spunto dalla cronaca per costruire travolgenti performances: un simbolo della libertà dell’artista, capace di trasfigurare e riplasmare qualsivoglia materia a seconda dell’occasione, di immaginare trame e personaggi e evocarli sulla scena, con pochi efficaci tratti che riassumono un carattere, un accento o un atteggiamento, dallo sguardo imperioso di papi e imperatori all’umiltà o alla rabbia dei contadini, dalla gentilezza e la ritrosia di una dama all’innocenza e l’ingenuità di un fanciullo.

Sulle tracce dei Vangeli apocrifi e della novellistica fiorita intorno alla figura del Nazareno, Dario Fo propone nel suo “Mistero Buffo” una narrazione avvincente dove si fondono differenti registri, tra la cifra sfrontata e irriverente di un giullare chiamato a divertire le folle e l’attenta ricerca filologica e storica, insieme con la consapevolezza dell’attualità della vicenda della Sacra Famiglia costretta all’esilio per sfuggire alla persecuzione di Erode. Nel confrontarsi con un “classico” firmato dall’artista milanese, Elisa Pistis privilegia i monologhi dedicati alla Natività e all’infanzia di Gesù Bambino accanto allo struggente dialogo tra Maria e l’arcangelo Gabriele ai piedi della croce, in una mescidanza di dialetti del Nord Italia (soprattutto lombardo, veneto, friulano) accanto alla lingua sarda riuniti a comporre una ricca tavolozza, in cui si intrecciano accenti e vocaboli, con la concretezza di un dire fortemente legato ai saperi e ai mestieri del mondo agropastorale, alla memoria della fame e delle carestie, al sudore e alla fatica nella dura lotta per la sopravvivenza.

Un “Mistero Buffo” in chiave femminile dove acquisisce maggior rilievo la figura della madre, la fanciulla ebrea che sceglie di accogliere nel suo grembo il Figlio dell’Uomo, obbedendo alla volontà divina rivelatale nell’Annunciazione, ma contravvenendo alle regole e sfidando le leggi dei padri, per poi abbandonare la sua patria per la precipitosa Fuga in Egitto e infine allevare quel bambino celeste cercando di moderarne gli slanci e le naturali reazioni alle cattiverie dei coetanei, che data la sua origine e con i suoi poteri potrebbero avere conseguenze catastrofiche. Si parte dal tema della Natività con l’avventuroso e tragicomico viaggio dei Re Magi all’inseguimento della stella cometa, per approdare alle atmosfere domestiche della Sacra Famiglia, con i due genitori, madre e padre putativo, alle prese con l’irrequietezza del loro rampollo, straniero in terra straniera, deriso e emarginato, finché diventa necessario convocare l’Altissimo. Una pièce ricca di ironia che attinge al patrimonio della cultura popolare oltre che ai libri sacri, per riscrivere la storia del Nazareno e il mito fondante del Cristianesimo in una chiave umana, perfino “troppo” umana.

Il finale è la cronaca di una morte annunciata, con la ribellione di Maria che vorrebbe strappare la sua creatura a un destino già scritto, quel sacrificio imposto dalla fede ma insostenibile per una madre che abbia portato in seno e visto sbocciare quella vita, amato teneramente un fanciullo, educandolo e offrendogli i primi insegnammenti, poi accettando e cercando di comprendere le stravaganze e perfino gli incomprensibili miracoli di quel figlio, per dover ora assistere allo strazio di quel corpo santo, al martirio esemplare e salvifico, ma non per questo meno terribile. In quella voce di donna è racchiuso tutto il dolore incommensurabile di coloro che hanno dovuto sopportare una perdita irreparabile e quasi contro natura, la gravità di un lutto che si rinnova giorno dopo giorno tra la dolcezza del ricordo e l’amarezza del rimpianto: l’amore di una madre è un sentimento universale, che vince ogni logica, ogni legge o giustizia terrena, conosce solo la consolazione e il perdono. Il celebre monologo di Franca Rame restituisce l’immagine di colei che soffre e piange per una ferita insanabile, che rivendica il suo diritto su quel figlio che le sarà strappato, sperimenta in anticipo con lucidità profetica il vuoto dell’assenza.

Sulle note di un rimprovero che Maria, donna e madre, muove al messaggero che le ha annunciato la dolce attesa senza rivelarle la profondità della sofferenza, portandole in dono la gioia di una maternità ma anche una tragedia futura, si conclude il “Mistero Buffo” nell’interpretazione di Elisa Pistis – spettacolo vincitore del Premio della Giuria e del 2° Premio del Pubblico al contest “Proiezioni Teatrali” 2018 del Teatro del Rimbombo (AL), realizzato con il patrocinio della Fondazione Fo–Rame e sostenuto da Sardegna Teatro.

Una moderna “affabulazione” in cui emergono come in un colorato affresco le scene della vita di Gesù, in continuo dialogo con colei che l’ha messo al mondo e fino all’ultimo tenta di salvarlo dall’esito fatale della sua missione terrena, pur conscia della forza di una vocazione da cui non potrà distoglierlo neppure l’affetto per lei, sua madre. Una pièce che unisce sacro e profano, accostando alla sapienza teologica e ai dogmi della fede la tradizione popolare, che ha riconosciuto la potenza rivoluzionaria dell’avvento del  Messia, fino a considerare la figura di Maria di Nazareth come il simbolo del dolore di tutte le madri orbate dei propri figli, sintetizzata nell’arte nell’iconografia della pietà.

 

 

 

INFO & PREZZI

 biglietti:

intero 14 euro – ridotto 11 euro

per informazioni: 349.3614265 – riccardo.lutzu@tiscali.it

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