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Prosa

Clôture de l’amour

Giulia Vichi
Ultima modifica: 28 Novembre 2014 12:41
Giulia Vichi
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foto

uno spettacolo di Pascal Rambert
traduzione Bruna Filippi
con Anna Della Rosa, Luca Lazzareschi
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione

 

Clôture de l’amour in italiano si traduce con Fine di un amore ma Clôture vuol dire chiusura, cerchio, recinzione, all’interno del quali si può essere protetti ma anche prigionieri.

Un uomo e una donna che si ritrovano chiusi in una stanza a mettere fine alla loro storia d’amore, è questo Clôture de l’amour: un’ opera universale, che parla di tutti e per tutti, che parla del violento momento in cui l’incantesimo dell’amore si rompe, e tutto va in frantumi.

Lo spettacolo ha debuttato ad Avignone nel 2011 e da allora, la versione francese, vincitrice del Premio della Critica 2012, del Palmarés du Théâtre nell’aprile del 2013 e del Grand Prix de la Litérature dramatique 2012, è in tournée in tutto il mondo.

Di fronte a noi una stanza asettica, di un bianco assordante, in cui Luca e Anna hanno deciso di scrivere l’ultimo spettacolo della loro storia insieme, le parole, qui, vi si stagliano come in una pagina bianca.

È il linguaggio il protagonista più presente in scena, con gli attori che gli da corpo, come in un interrotto pianto, tra singhiozzi, cesure e flussi di parole.

Gambert ha fatto del flusso di coscienza le fondamenta della narrazione, le parole si srotolano e si innalzano senza punteggiatura proprio come i pensieri nella scena: i movimenti della mente vengono descritti dall’autore paragonandoli alla danza, infatti dice: “Se dovessi andare più a fondo in quello che sento, lo descriverei come un testo di danza. Una danza mentale in un certo senso che porta alla luce il movimento invisibile dell’anima e dei nervi in palcoscenico”.

Se i pensieri e le parole si muovono come in una danza, sono i due attori a dare staticità affrontando un dialogo non-dialogo. Con le parole si uccideranno l’un l’altra, non solo per ciò che riguarda i contenuti ma anche per quello che riguarda gli elementi stessi del loro linguaggio: stravolgendo il loro lessico familiare

I due si trovano in una sala prove, forse di danza, forse proprio di teatro, si alternano tra parole e silenzi, mentre parla l’altro, muto e diametralmente opposto, incassa i colpi taglienti delle parole.

È Luca ad iniziare la guerra, come la chiama lui, senza permettere mai ad Anna di avvicinarsi o interromperlo.

Vengono poi interrotti da un gruppo di bambini che devono provare una canzone in quella sala. Dando un tocco di realismo al contesto, ormai diventato quasi alienante, e facendo entrare la realtà nel teatro (i bambini di volta in volta della città che ospita lo spettacolo), saranno la cesura tra il primo e il secondo monologo.

Anna, cambiando posto e quindi punto di vista, affronta Luca con un monologo altrettanto violento e straziante, sino a che non sarà il momento di un altro segno di metateatralità: i due si toglieranno la maglia e indosseranno due copricapo di piume, come a dare un taglio alla loro scena di coppia e a iniziare a fare le prove per il loro lavoro, confondendo quel sottile confine tra vita e teatro.

Gambert e i due straordinari interpreti italiani ci portano al confine, sulla linea che demarca la realtà dalla finzione, riuscendo a farci immergere dentro un sentimento, perché stando lì possiamo entrare dentro il dolore che è in scena e allo stesso tempo vederlo da fuori, come spettatori.

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