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Teatrionline > Blog > Senza categoria > ‘Clarsech Ensemble’. Quintetto di arpe celtiche per intenditori alle falde dell’Appennino
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‘Clarsech Ensemble’. Quintetto di arpe celtiche per intenditori alle falde dell’Appennino

Sebastiano Biancheri
Ultima modifica: 27 Luglio 2016 15:28
Sebastiano Biancheri
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fotoLe conobbi in una afosa serata di fine agosto. Mi trovavo in Sardegna nella riviera del corallo e un amico musicista mi aveva rivelato che in un paesino dell’entroterra a pochi chilometri dal capoluogo si sarebbe dovuto svolgere un concerto di arpiste molto particolare che avevano adottato un repertorio altrettanto particolare. La loro musica diffondeva sonorità connotate di atmosfere arcane sospese immerse in una tradizione millenaria densa di echi ancestrali ma senza preclusioni verso generi più aggressivi e meno leggendari. Il mio dotto interlocutore nella circostanza mi consigliava di fare una visita estemporanea nei dintorni, nel caso in cui non avessi avuto di meglio da fare. L’occasione si mostrava propizia per colmare vecchie inadempienze. Raccolsi il suggerimento come un agnostico cerca l’attimo di fede. Il paesino era Nulvi, in terra di Anglona, l’ambientazione una chiesetta francescana del 1100 ricostruita interamente, spoglia e priva di arredi lignei, un sito intimo e raccolto dedicato a San Giovanni. Il nome della formazione infine: ’Clarsech Ensemble’. Clarsech è la definizone celtica dell’arpa. Ricordo ancora la impervia, interminabile marcia di avvicinamento al mio obiettivo, un posto sperduto alla fine di un percorso fra dune calcaree nella steppa collinare, le gigantesche pale eoliche minacciose che amplificavano la voglia di arrivare comunque, nel brivido spettrale di un tramonto angosciante, senza incontrare anima viva e nel sentore di avere sbagliato tutto. Le prime luci di Nulvi rincuoravano il viandante e poi la magia dell’incontro e della conversione… Mentre Matteo Gazzolo terminava la sua narrazione in prosa dalla raccolta “Racconti Urbani” di Paolo Lubinu nell’umido anfiteatro di pietra che contorna l’abside, entrai in quel minuscolo luogo sacro. Ben presto divenne inaccessibile, stipato in ogni ordine di posti, e l’eufemismo è d’obbligo, creando un’onda d’urto senza soluzione di continuità fin nelle retrovie circostanti. Non comprendevo tanta calca. Mi preparavo ad assistere per la prima volta, inconsapevole, ad un memorabile concerto di arpe. Angela Caria, Luciana Chessa, Gilda Dettori, Sabrina Fadda e Palmira Santoru sono le cinque amiche fantasiste protagoniste di una inedita serata. Diplomatesi presso il conservatorio ‘Luigi Canepa’ di Sassari e note anche oltreoceano per aver suonato anni fa a Rio De Janeiro, hanno all’attivo importanti esperienze in Italia e all’estero e hanno perfezionato la propria formazione artistica con maestri di fama internazionale quali Myrdhin per l’arpa celtica, Susanna Mildonian, Jacqueline Borot, Maria Rosa Calvo-Manzano e Gabriella Bosio per l’arpa classica, infine Park Stickney per l’arpa jazz. Eseguono prevalentemente un repertorio tratto dalla tradizione popolare irlandese(irish), inglese, scozzese e bretone ma anche classica e latino-americana e la riscoperta dell’antico stumento dell’arpa celtica ha contribuito ad accostamenti suggestivi di melodie espressione della cultura gaelica con i canti struggenti e malinconici che rappresentano l’orgoglio e l’unità del popolo sardo, dall’epoca nuragica dei Shardana. A distanza di quasi due anni, di nuovo nella terra di quel misterioso ‘popolo del mare’, non mi lascio sorprendere, anticipo il rientro in continente e le raggiungo sull’Abetone, a Riolunato prima, caratteristico borgo appenninico alle falde del Monte Cimone, dove, nella chiesa di San Bartolomeo apostolo, il 24 luglio assisto ad un’altra magica esibizione del gruppo. La sera seguente concedono la replica nella cornice dell’Hotel Excelsior all’Abetone. Artiste di eccezione che anche in quota confermano la regola del sold out in entrambe le tappe. Per l’occasione si avvalgono della collaborazione, che è ormai un sodalizio, del maestro Salvatore Rizzu al corno e di Toni Chessa al flauto. La rassegna, titolata ‘Dalla Sardegna all’Irlanda e oltre…’ organizzata dalla direzione artistica dell’Associazione culturale ‘Cantieri d’Arte’, ha avuto il patrocinio della Provincia di Modena e la collaborazione dei comuni di Riolunato e Fiumalbo.

L’ouverture è per due brani della tradizione sarda: ‘No potho reposare’, titolo originale ‘A diosa’, serenata composta da Salvatore Sini nel 1926 ( musica di G.Rachel e arrangiamento di S.Rizzu); e ancora ‘Anninnora’, una ninna nanna composta da Ennio Porrino, una danza di Desulo tratta da ‘Shardana’(1959), opera lirica del medesimo autore ambientata nel periodo nuragico. Quindi ‘Scarborough fair’, composizione della tradizione inglese, resa celebre dal duo americano Simon & Garfunkel (colonna sonora del film ‘Il laureato’),delicata elegia d’amore. E’ la volta di ‘The Butterfly’, una giga irlandese, ballata ritmica tradizionale folclorica che evoca il battito d’ali della farfalla. Il brano ‘Flowers of Edimburgh’ è una melodia scozzese ispirata alla natura, molto eseguita dai fiddlers (violinisti scozzesi) per la sua appropriata sonorità. ‘Foggy Dew’, ballata irlandese che descrive la sollevazione di Pasqua del 1916, è un incitamento a combattere per la causa irlandese contro gli inglesi. La ‘Danza degli elfi’ è una composizione del maestro Salvatore Rizzu ispirata alle fantastiche creature della mitologia norrena che popolano le foreste. A seguire: ‘Il mattino’ e ‘La canzone di Solveig’ di Edvard Grieg. Sono brani dalle due suites sinfoniche che il compositore decise di ricavare dalle musiche di scena ideate per il Peer Gynt del drammaturgo norvegese Enrik Ibsen. La prima evoca il risveglio della natura con l’incanto dell’alba sul mare del Marocco, il sorgere del sole, il frangersi delle onde e gli insetti che perlustrano la sabbia. La seconda è alternanza di due parti distinte: l’elegia triste di Solveig per l’abbandono di Peer e l’attesa alimentata dalla speranza di riabbracciare un giorno l’amato allontanatosi per rincorrere sogni impossibili. ‘River flows in you’ è una melodia contemporanea di grande espressività per pianoforte solista composta dal maestro sudcoreano Yiruma. La ‘Danza delle Arpe’ di M. Robinson è una sonata moderna di singolare suggestione e originalità per trio d’arpe. Segue Il ‘Baroque flamenco’ di Deborah Henson – Conant, performer estrosa, stravagante, talento puro intriso di inventiva, blues e rock insieme, inarrivata virtuosa dell’arpa elettrica. ‘Merengue rojo’ del compositore Alfredo Rolando Hortiz, è un classico della musica ‘llanera’ paraguaiana. Chiude il concerto ‘Libertango’, una delle composizioni più note del bandoneonista argentino Astor Piazzolla e segna la svolta stilistica del suo autore, il passaggio al “Tango Nuevo”, una evoluzione favorita dall’uso di strumenti e influenze armoniche provenienti dalla musica classica. Il concerto si conclude. Il rapimento estatico è servito. Il bis è a unanime richiesta, inevitabile e contagioso, provocato da una standing ovation immune da freni. I fortunati estimatori che hanno assistito a questa due giorni di musica d’autore nel tempio dei Gesuiti e in quello più mondano fra gli impianti da sci concorderanno sul valore aggiunto che due antichi luoghi destinati allo spirito e al relax congiuntamente racchiudono con proposte comuni non collaterali alla missione primaria. E l’offerta di entrambi è patrimonio inestimabile. La grande musica è immortale, non va imbrigliata; le vibrazioni eteree non hanno bisogno di dimore esclusive né di osservatori privilegiati per trasmettere benessere ma semplicemente di superbi compositori, straordinari interpreti e messaggeri di buona volontà che ne diffondano la sacralità sui palcoscenici del mondo, a disposizione di tutti. Nel segno di Euterpe e anche con il tocco magico e il contributo prezioso delle ancelle del ‘Clarsech Ensemble’.      

 

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