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Teatrionline > Blog > Prosa > “PRO PATRIA” di Ascanio Celestini
Prosa

“PRO PATRIA” di Ascanio Celestini

Redazione
Ultima modifica: 16 Novembre 2011 09:21
Redazione
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LA CONTROVERTIGINE DEL SOTTERRATO

Se ti hanno condannato all’ergastolo, se nello spazio “fine pena” sta scritto 99.99.9999, cosa puoi fare per continuare a sentirti almeno parzialmente umano, per non impazzire del tutto, oltre a elemosinare gocce di Lexotan? Prima di tutto cercare di mantenere il ritmo sonno-veglia: 8 ore di sonno e 16 di veglia. Difficile, quando la vita stilla lentissima per 20 ore al giorno (a volte 22, se a causa della pioggia o altro salta l’ora d’aria) dentro un loculo maleodorante (in fondo “carcere” deriva dall’ebraico “carcar”: tumulare), ingrommato di sporcizia e muffe, con i “servizi igienici” a vista e la mente che si avvita intorno al nulla. Il Negro Matto Africano, per es., dorme 5 minuti ogni ora e ad ogni risveglio si prepara un caffè ascoltandone il gorgoglio melmoso. Oppure si può conversare ininterrottamente con il fantasma di Mazzini, percorrere tutti i campi di battaglia del Risorgimento (o meglio, della Rivoluzione Risorgimentale, la prima delle tre avvenute in Italia e miseramente fallite; le altre due sono: la guerra partigiana da cui sarebbe dovuto nascere un paese fondato sulla giustizia e le lotte per i diritti dei lavoratori, di cui proprio in questi anni vediamo la fine) – utilizzando un tempo vicino all’allegretto, con insenature assorte e amare – e rivivere tutte le illusioni perdute, le utopie dei giovanissimi Mameli, Dandolo, Pisacane, ecc., l’estromissione di Pio IX dai poteri temporali e il conseguente sogno breve (dal 9 febbraio al 4 luglio 1849) di una Repubblica Romana senza Tribunali né Carceri. L’unificazione del paese, anni dopo, sarà solo il tradimento di quel sogno, un’operazione colonialista messa in atto dalla real casa sabauda. Prendendo avvio da questa generazione sconfitta, convinta che la coscienza e l’azione individuale potessero incidere sulla Storia, dalla passionalità che vedeva nella rivolta la radice della costruzione di rapporti sociali più equi, il nostro detenuto (un Ascanio Celestini dalle infinite modulazioni) decide di comporre mentalmente un “Discorso sulla Controvertigine” che verrà declamato il 99.99.9999, data dell’ultima rappresentazione al “Teatro degli Erbivori” (indirizzo: casa circondariale cittadina). La Controvertigine è attrazione per il vuoto, più esattamente per il volo, per lo slancio verso qualcosa di assoluto, anche se è probabile che l’approdo sia la morte. E’ un’idea di giustizia così ebbra e dolorosa – e necessaria – da non conoscere remore o dubbi autoconservativi. Nasce in molti modi, anche osservando il padre falegname costretto a passare dalla porta di servizio per entrare nelle case dei clienti; o vedendolo spirare mitemente in un letto di ospedale, con le mani, sempre nere di gommalacca, sbiancate dalla morte. Nasce d’improvviso nel Negro Matto Africano, che si spoglia, si unge di percolato di discarica, e fugge correndo dal carcere. Attraversa di corsa lo stadio, l’intera città, le periferie, arriva sulla spiaggia di Maccarese e lì si ferma. Troppo ostile troppo feroce, il mare. Troppi connazionali risucchiati dai suoi flutti ribollenti come oli di streghe. Torna indietro, sempre correndo. Attraversa di nuovo, in senso inverso, le periferie, lo stadio, l’intera città. La linea più breve fra due punti è la retta, lo sa persino il Negro Matto Africano Euclideo. Corre come un pazzo il Negro Matto Africano, e dopo aver chiesto un passaggio a un pulmino di suore, converte immantinente le nove religiose al culto dionisiaco. Time passes, con torturante indolenza. Continuano le prove del Discorso; la prigione per mancanza di fondi ministeriali viene venduta al Manicomio, poi al canile. Rimangono solo il Secondino, il Negro Matto Africano e l’Ergastolano che decide di non mangiare più. Nel quieto delirio della consunzione riesce infine a sentire la voce di Mazzini, solo la voce perché non è ancora del tutto pazzo o morto. E’ un mezzo pazzo e un mezzo morto, un nulla, uno zero, e alla fine, sull’ultimo confine della vita, sarà Niente.

Lucia Tempestini

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