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Teatrionline > Blog > Prosa > Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams al Teatro Argentina di Roma
Prosa

Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams al Teatro Argentina di Roma

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 2 Marzo 2012 13:29
Fabiana Raponi
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Williams nel segno della psicoanalisi secondo Antonio Latella

Un viaggio crudele e inesorabile nella pazzia di Blanche DuBois. Antonio Latella sottopone un classico della drammaturgia del Novecento, Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams (1947) a una spietata e viscerale rilettura psicoanalitica. Latella svuota totalmente il testo del drammaturgo americano da ogni legame o contesto storico e lo immerge totalmente nella mente inesorabilmente volta alla pazzia della delicata e scandalosa Blanche. Non è un Tram tradizionale (sarebbe stata un’operazione anacronistica): è scevro di ogni realismo storico (anche se restano intatte le distanze sociali), e non c’è, volutamente e giustamente, nulla che lo leghi al celebre adattamento cinematografico di Elia Kazan, con la superba Vivien Leigh, se non l’omaggio a Marlon Brando e Marilyn Monroe, icone degli Anni Cinquanta, stampati sulle t shirt dei protagonisti. Del resto fin dall’inizio Latella dimostra chiaramente di voler destrutturare il testo e lo fa cominciando dalla scenografia (di Annelisa Zaccheria), vale a dire una serie di mobili disseminati lungo il palcoscenico, le luci (anche stroboscopiche), i fari puntati impietosamente verso il pubblico, un letto, una porta, delle sedie, le luci che restano quasi sempre accese in sala. E dai rumori con i suoni che si fanno via via amplificati, improvvisi e assordanti, ad assillare, la mente di Blanche. Tutto è distorto, fino ai violenti ritmi rock dei Led Zeppelin sulle cui note si consuma la passionale (e molto kitsch) storia amorosa fra Stella e il rozzo Stanley, fra scarpe di vernice rossa e oggetti iconici in tema stars and stripes. Il viaggio psiconanalitico comincia a ritroso, come fosse una dolorosa seduta, con la presenza quasi straniante del narratore-dottore (il composto Rosario Tedesco), quasi alter ego delle voci di Blanche, presenza disturbante o confortante che suggerisce analiticamente le didascalie a spogliare di fisicità i piccoli gesti, i tic, i sorrisi. Agli attori (quasi sempre in scena) e continua tensione spetta il compito di lavorare sull’essenza del testo da un punto di vista emozionale. Tutto lo spettacolo si carica di atemporalità e di contemporaneità e nel mettere in scena la storia restano rarissimi i contatti fisici fra gli attori, se non nelle scene più tragiche del dramma, accentuate con l’aiuto delle luci. La storia della fragile, elegante e decaduta Blanche Dubois, ultima rampolla di una ricca famiglia caduta in disgrazia, che irrompe nella povera casa della sorella Stella e del marito, il rozzo e violento, Stanley Kowalsky, viene costantemente affrontata come una sorta di thriller emotivo e psicoanalitico da svelare anche se l’intreccio resta ben noto. Ora può non piacere la violenza visiva e lo scardinamento assoluto del testo, ma è certo che la prova degli attori è molto intesa. A cominciare dalla sensibilità disturbata di Laura Marinoni (che ha già collaborato con Latella) che dà corpo e anima alla sua Blanche, fra femminilità e segreti inconfessati, ora elegante, fragile e sensibile, ora disperata nella sua nudità emotiva. Molto toccante e vera soprattutto in due monologhi da applausi. Vinicio Marchioni (attore che si è formato con Ronconi, ma che è noto al grande pubblico per il ruolo di Freddo in Romanzo Criminale) è uno Stanley, con tanto di bizzarra pronuncia polacca, all’insegna della fisicità atletica e la giusta dose di crudeltà. Vittima incondizionata del suo comportamento, è la Stella, esuberante nella sua fisicità quasi aggressiva, di Elisabetta Valgoi. In scena al Teatro Argentina di Roma fino all’11 marzo.


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TAGGED:teatro argentina romaUn tram che si chiama desiderioUn tram che si chiama desiderio Teatro Argentina

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