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Teatrionline > Blog > Commedia > Quello che prende gli schaffi di Leonid Nikolaevic Andreev
Commedia

Quello che prende gli schaffi di Leonid Nikolaevic Andreev

Maurizio Carra
Ultima modifica: 19 Ottobre 2012 16:43
Maurizio Carra
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Glauco Mauri, uno dei più straordinari protagonisti del teatro italiano, ha curato la traduzione e l’adattamento, oltre che la regia, di “Quello che prende gli schiaffi” un’opera del russo Leonid Nikolaevic Andreev scritta nei primi anni del novecento. Accanto a lui un eccezionale Roberto Sturno e altri nove attori. 

La storia.

Uno scrittore di successo viene ingannato da un giovane amico che gli ruba il manoscritto di un nuovo romanzo (che avrà successo) e viene tradito dalla moglie che lo lascia per il giovane collega. Disperato, frastornato e deluso dalla vita e da quella società volgare, edonista, egoista e avida, decide di scomparire vestendo la maschera del clown che una compagnia di guitti di un circo guidata da Papà Briquet (personaggio fondamentalmente buono e comprensivo, ma che non si ribella alle angherie del mondo), dopo molte esitazioni, gli concede. Da quel momento lui si chiamerà “Quello che prende gli schiaffi”. In questo mondo di clownerie, di ingenuità, in questa atmosfera di favola e di poesia, l’uomo cercherà di riappropriarsi della vita in un contesto sociale nuovo, dove le lacrime sono finte e il calore umano è vero. Ma la vita è troppo spesso matrigna. Frequenta il circo un conte squattrinato (esatta fotocopia di quella società priva di valori, egoista e avida dalla quale “Quello…” era fuggito) che vive alle spalle della giovanissima figlia muta che nel circo fa ballerina. Le lacrime finte del nostro clown diventano vere il giorno in cui il conte, per puro interesse, obbliga la figlia, contro la sua volontà, a sposare un ricco, vomitevole, vecchio barone. “Quello…” vuole disperatamente impedire questa sopraffazione e, per amore della giovane, anticipa per entrambi l’approdo nell’unico porto sicuro. Quellouello della morte Quello della morte.

Finale melò, eccessivo, con quella neve che alla fine cade lasciando agli spettatori di interpretarne la metafora. Il testo, nel complesso, èricco di implicazioni esistenziali e filosofiche. Sono tanti i temi toccati, dalla paura del diverso, alla speranza di un futuro migliore, alla condanna di una società (ieri come oggi) arida, violenta, avida, ipocrita che guazza in una vertiginosa vacuità e di un’altra società, quella circense frutto di un melting pot che, se pur con contrasti, non riesce a redimersi.

Il tema è anche quello della finzione. Il protagonista si rifugia nella finzione (ci sono molte tangenze col Mattia Pascal di Pirandello) per sfuggire ad una realtà che non accetta e si rifugia in un circo (teatro) dove tutto è finzione.

Nikolaevic Andreev ci mostra un microcosmo variegato, come gli spezzoni della realtà: c’è il virtuoso, l’idealista (Quello), il mediocre che scende a compromessi (Papà Briquet), gli avidi amorali (il Conte e il Barone) ed infine i clowns che rappresentano la categoria dello spirito che si chiama poesia. Il messaggio è che purtroppo il mondo non si può cambiare. Sul finale del dramma la conversazione fra Quello e il Papà è paradigmatica:

Quello: Sono uno che crede che si possa veramente cambiare il mondo. Capisci? Sono soltanto un povero pazzo. Un povero pazzo”.

Papà: Un tempo pensavo anch’io che si potesse cambiare il mondo Renderlo almeno un po’ più giusto, più umano. Ci ho provato. Mi sono sempre sforzato di comprendere gli altri …… Ma poi si indebolisce la forza del corpo e diamo a questo la responsabilità del nostro accettare anche quelle cose che si dovrebbero combattere”.

La scenografia di Mauro Carosi, semplice e funzionale è rappresentata da una pedana ruotante circolare con tre gradoni.

Belli i colorati costumi curati da Odette Nicoletti

Notevole la funzione simbolica delle luci che aiutano a capire i diversi stati d’animo.

Se tutto il complesso meccanismo drammaturgico funziona, il merito va riconosciuto a Glauco Mauri uno e trino: traduttore/riduttore, regista e attore.

Molto bravi i clowns (Stefano Sartore, Leonardo Aloi, Roberto Palermo) nella duplice veste di attori e strumentisti che suonano le belle musiche di Germano Mazzocchetti.

Cosa dire infine di Glauco Mauri e Roberto Sturno? Ci limitiamo ad applaudire la loro straordinaria interpretazione rispettivamente nei panni di “Quello..” e di Papà Briquet. Ma non vogliamo dimenticare Lucia Nicolini nella parte della dolce ballerina, Barbara Begala la domatrice di leoni, il bravissimo Marco Bianchi nelle vesti del conte e ancora di MauroMandolini (il Barone), David Paryla e Paolo Vezzoso.

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TAGGED:piccolo teatro grassiQuello che prende gli schaffi

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