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Commedia

“L’Avaro” da Molière

Maurizio Carra
Ultima modifica: 14 Dicembre 2013 10:07
Maurizio Carra
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Foto di Andrea Maltagliati
Foto di Andrea Maltagliati

Quando c’è di mezzo Valeria Cavalli (che cura la drammaturgia e con Claudio Intropido la regia) si va sul sicuro. Non ti delude mai perché ama provocare con la contaminazione di generi. Riesce a mettere nel frullatore commedia dell’Arte, clownerie, commedia degli equivoci, un lacerto di demenzialità, musica, canto e quel che vien fuori è sempre un gustosissimo melting pot. Questa volta ci ha provato prendendo come pre-testo “L’improvvisazione di Versailles” che il Re Luigi XIV suggerì a Jean Baptiste Poquelin detto Molière. Il Re, infatti, pescato fra il numeroso pubblico presente in sala, rimarrà sul trono con scettro e mantello in platea per tutta la rappresentazione. Lo spettacolo comincia con l’invasione del palcoscenico e della platea di una compagnia di attori di giro, di guitti che agli ordini di Molière uno e trino (autore, attore e regista) e al suono di ottoni prova la commedia che andrà in scena in un teatrino povero, fatiscente, sbrindellato sistemato nella parte centrale del palcoscenico. Precursore di Pirandello, Molière disputa con la troupe di attori che si rifiutano di portare in scena L’Avaro per l’inadeguato numero di prove. E’ il gioco del teatro nel teatro al quale normalmente il regista ricorre per dire che, siccome il teatro è finzione, la finzione della finzione sconfina nella realtà. Ma qui è puro divertissement moltiplicato dalla grande capacità attorale e gestuale dei giovani attori (d’altronde la loro fisicità è compatibile solo con la gioventù). Fra le tante, una delle cose più divertenti, intelligenti e originali è quella di aver dato ai personaggi una duplice identità. Si passa improvvisamente con una battuta dall’Avaro all’”improvvisazione di Versailles” dove Moliére ci mostra il “dietro le quinte” con Arpagone che esce dal personaggio per entrare in quello dell’Autore e dire per esempio “Bene, allora cosi si smonta la scena e la commedia finisce” o rivolto alla servetta “Sono io il primo attore e decido io quanto dura la scena”. Oppure c’è un attore che, rivolto agli spettatori, commenta alcune fasi della vicenda.

La storia narra dell’avaro Arpagone e delle sue vicende che si svolgono in un mondo di intrighi e sotterfugi, di matrimoni non graditi, alleanze, furti, progetti sfumati, equivoci.

Arpagone è un personaggio privo di ambiguità, è una persona avida e arida la cui unica passione è il denaro, la sua è l’avarizia spinta al limite della follia. L’avaro è uno contro tutti, un uomo che sente, ma non ascolta. La sua taccagneria e lo smodato senso “padronale” lo spinge a decidere il destino dei suoi figli che però alla fine si ribellano. Così l’amore trionferà, tutti gli innamorati, infatti, si potranno abbracciare e anche Arpagone, che non si redime, stringerà fra le braccia l’adorata cassettina di monete.

Raccontare la performance di questi giovani talentuosi attori è impossibile perché la parola non riesce in un sol verbo a coniugare l’empatia, la fantasia, lo sghignazzo, la creatività, i colori che rutilanti come fuochi d’artificio illuminano gli occhi e innescano una deflagrazione d’ilarità.

Per dirla in sintesi: Valeria e Claudio hanno giocato ancora una volta sui ritmi, sui tempi, sulla gestualità marionettistica che diventa balletto, sulla fisicità, sulla mimica, sull’iterazione delle situazioni, sui costumi, sui suoni, sull’ironia, sulle provocazioni del non-sense. Amen.

Dei bravissimi attori abbiamo già detto, ci limitiamo perciò a menzionarli in ordine alfabetico: Pietro De Pascalis – Arpagone (che mi ricorda il miglior Villaggio), Jacopo Fracasso – Valerio (il figlio), Cristina Liparoto – Frosina (femme d’intrigue), Sabrina Marforio – Saetta, Andrea Robbiano – Imbonitore, Mastro Simone – Anselmo, Roberta Rovelli – Elisa (la figlia), Simone Severgnini – Cleante, Clara Terranova – Mariana (la sposa contesa.)

Molto funzionali le musiche originali Gipo Gurrado eseguite da Nema Problema Orkestar Belli i costumi di Anna Bertolotti e il trucco curato da Beatrice Cammarata. Le scene e il servizio luci curate da Claudio Intropido sono perfette nell’economia del racconto.

 


 

 

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