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Reading: Vincenzo Failla nel Rugantino, “Il mio Mastro Titta che evoca Fabrizi”
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Teatrionline > Blog > Intervista > Vincenzo Failla nel Rugantino, “Il mio Mastro Titta che evoca Fabrizi”
Intervista

Vincenzo Failla nel Rugantino, “Il mio Mastro Titta che evoca Fabrizi”

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 10 Marzo 2014 14:22
Fabiana Raponi
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fotoAppassionato di musica e avverso al Metodo Stanislavskij: è Vincenzo Failla, poliedrico attore di teatro, cinema, televisione, ma anche regista, musicista e docente, cui spetta l’onore e l’onere di portare in scena Mastro Titta nel Rugantino diretto da Enrico Brignano in scena al Teatro Sistina di Roma fino al 9 febbraio.

Un’eredità “pesante” quella di Vincenzo Failla che interpretando il boia pontificio, l’unico vero personaggio storico realmente esistito nella commedia musicale di Garinei e Giovannini, si misura con l’illustre precedente di Aldo Fabrizi per cui era stato appositamente pensato e scritto il ruolo.

Una bella sfida, ma assolutamente vinta dato che Vincenzo Failla, siciliano doc, ma a suo agio anche con il romanesco storico del 1830, sta riscuotendo grandissimo successo in questa acclamata ripresa 2013-2014 del Rugantino, riuscendo a cogliere nuove, inedite sfumature del personaggio scritto per il grande Fabrizi.

Musica, recitazione, regia, insegnamento… il tuo curriculum è davvero vastissimo, ma c’è qualcosa che prediligi?

Quello che mi piace di più è fare tutto. Faccio tutto non per necessità, faccio tutto perché mi piace fare tutto. Io nasco musicista e da lì sono arrivato con una serie di vicissitudini al teatro, grazie ad Arnolfo Foà che è stato il mio maestro. In realtà quando sono arrivato al teatro già suonavo, lavoravo… Nel mio animo mi sento musicista, ma grazie alla musica ho scoperto quanta musica ci sia nell’uso della parola, come tempi, pause… tutto è scandito dalla musicalità e credo che gli attori che conoscano la musica siano migliori nel senso che riescono a notare e a fare delle sfumature che altri non hanno.

Il mio studio poi è stato diverso: partendo dalla musica sono arrivato al teatro che ho approcciato con lo stesso sistema e ho studiato con maestri di una generazione diversa dalla mia. Ho fatto degli studi con delle persone molto preparate e che mi hanno insegnato delle cose che gli altri non hanno mai saputo.

Come ti sei avvicinato al personaggio di Mastro Titta tenendo conto dell’illustre precedente, vale a dire il grande Aldo Fabrizi?

L’idea d’interpretare Mastro Titta mi fa tremare le gambe. L’idea di interpretare Mastro Titta non era nemmeno un sogno, era una cosa fuori da me. Quando sono stato chiamato sono scattate delle emozioni forti legate al fatto che era stato il ruolo di Fabrizi. È vero che l’ha fatto anche Maurizio Mattioli, ma Fabrizi resta il riferimento storico, il personaggio era stato scritto per lui che lo fece per la prima volta a 55 anni. Ho studiato sull’edizione storica del 1978 che ho visto a teatro almeno tre volte.

Il problema principale poi era quello di non imitare Fabrizi: il suo Mastro Titta si può evocare, ma non imitare e ho cercato di cogliere l’essenza del suo personaggio. In questo senso è stato molto utile Enrico Brignano (anche regista del Rugantino) che ha una venerazione per questo testo e mi è concretamente ha aiutato a trovare una mia personale versione di Mastro Titta.

Come è il tuo Mastro Titta?

C’è da dire che Mastro Titta è stato il ruolo da cui è partito tutto il Rugantino: è l’unico personaggio storico realmente esistito. Si chiamava Giambattista Bugatti, era marchigiano, ma sostanzialmente è il vero protagonista della vicenda anche se poi “serviva” anche Rugantino, una sorta di neo-Arlecchino.

Mastro Titta in realtà è il personaggio che tiene insieme tutta la commedia, è il personaggio che presenta maggiori sfaccettature, è pieno di dinamica musicale. È il burbero benefico che ricorda un po’ l’immagine di un padre, nonno, autoritario, ma benefico. È un bambino che s’innamora di una zitella e quando scopre che in realtà gli stanno tendendo una truffa, capisce di essersi innamorato davvero. Certo, fa un ruolo istituzionale molto scomodo, il boia e per conto della grande autorità dell’epoca, che era il Papa, ma è ricco di sfumature perché pur essendo sempre lui, Mastro Titta è un personaggio che cambia in continuazione. Ecco, io mi sento un po’ come lui, m’innamoro ogni volta di quello che sto facendo.

Come ti è stato proposto il ruolo?

Brignano mi ha chiamato e mi ha detto se ero disponibile a fare un provino con lui. Quando gli ho chiesto il ruolo e lui mi ha risposto che si trattava di Mastro Titta, ho avuto uno shock. È stata una delle proposte della mia carriera più eclatanti ed emozionanti.

Le prove sono state massacranti: dieci ore al giorno per un mese di fila e prima c’erano stati cinque giorni di lettura al tavolino con la compagnia e prima ancora due lunghi, lunghissimi provini.

Quanto è esigente Enrico Brignano come regista?

Da uno a cento… duecento quindici! Vuole che in scena si parli un romanesco del 1830 e sta attento a una serie di particolari a cui nessuno aveva mai fatto caso. Ti massacra, ma dice delle cose giuste. Mi sono trovato benissimo con Enrico che mi ha dato moltissimi consigli utili anche nell’impostare il personaggio, ma io ho arricchito con le sfumature sempre più raffinate replica dopo replica. In alcuni punti molti mi dicono che evoco Fabrizi.

Siete in scena al Sistina fino al 9 febbraio. E dopo Roma, Milano, Firenze, ma soprattutto New York.

Saremo a Milano per 12 giorni all’Arcimboldi, poi a maggio a Firenze al Teatro Verdi e poi andiamo a New York. Il Rugantino in realtà è già stato a New York nel 1964: adesso lo portiamo in America, e facciamo teatro in romanesco antico del 1830. Lavorare all’estero per un attore è strano, soprattutto per un problema di lingua: naturalmente saremo aiutati dai sottotitoli, ma è una cosa che non mi sarei mai aspettato. È una bellissima sfida, ci spostiamo con una scenografia enorme che è quella originale del 1962: è anche un problema di carattere logistico e di trasporto, ma nonostante tutto la soddisfazione è enorme anche per un clamoroso ritorno di immagine.

Dopo Mastro Titta… altri progetti?

Ho talmente tanti sogni nel cassetto… vorrei fare un disco insieme al più grande fisarmonicista italiano, un omaggio a Lelio Luttazzi.

A teatro continuo a portare a teatro una mia personale versione del Berretto a sonagli di Pirandello: sul palco da solo lo strutturo come una sorta di lezione, uno spettacolo che adesso farò ancor con maggiore slancio e che mi dà moltissima soddisfazione.

 

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