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Prosa

L’ultimo harem

Costanza Bruscella
Ultima modifica: 20 Marzo 2014 19:17
Costanza Bruscella
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C’era una volta e non c’era una volta “L’ultimo harem”, opera cult di Angelo Savelli (autore e regista con più di 150 spettacoli all’attivo), interpretata da una straordinaria Serra Yilmaz (attrice turca portata al successo internazionale dai film di Ferzan Ozpetek), dalla sensualissima Valentina Chico e dal poliedrico Riccardo Naldini, è ormai arrivata al 10° anno consecutivo di repliche, registrando il tutto esaurito quasi ogni sera e diventando lo spettacolo più rappresentato a Firenze dal dopoguerra in poi. La vicenda ci racconta una serie di storie intrecciate l’una con l’altra e l’una dentro l’altra, costruite magistralmente come una matrioska russa; storie che fanno perno attorno alle donne, fulcro della narrazione, seppur (apparentemente) sottomesse. Storie e voci femminili, sia contemporanee piuttosto che provenienti da un passato non troppo lontano, ispirate ai racconti della scrittrice turca Nazli Eray e della marocchina Fatema Mernissi. Il regista Savelli, in un’intervista spiega che “quello che lo spettacolo insinua è che non è solo l’uomo debole, incapace di confrontasi con la donna che crea dei vincoli, ma a volte, è la stessa donna che si crea un suo harem come protezione, e che rinuncia ad essere grande, alle sue aspirazioni, per farsi piccolina come l’uomo con cui sta pur di garantirsi un’affettività. In questo senso una delle frasi più belle dello spettacolo dice: – L’amore può diventare una prigione per una donna -. È scritta ne “Le Mille e una Notte”, e fa parte di un messaggio che volevamo lanciare”.
Assistiamo, quindi, ad una pièce teatrale “diversa”, ed è sufficiente il preambolo per far capire allo spettatore che quella di cui sta per godere non sarà una normale rappresentazione teatrale: la platea non esiste più, il pubblico è parte della scena, è sulla scena, sul palco, su tre gradinate disposte in modo tale da incorniciare la rappresentazione, ed addobbate da tendaggi, raso, cuscini e tessuti dai richiami orientali ed esotici. Quando ogni spettatore è accomodato, ormai rapito dalle atmosfere, dai suoni e dalle voci che rammentano paesi lontani, la favola comincia. Al centro la raffigurazione di un harem nella Istanbul dei primi del Novecento, profumo di muschio e gelsomino, luci soffuse, acqua che scorre, sensuale musica turca di sottofondo e fumi leggeri che si innalzano, lasciando intravedere la bella e seducente Humeyra (Valentina Chico), dolcemente distesa sulla piattaforma; accanto a lei la fedele guardiana Seza (Serra Yilmaz), ed in disparte Sumbul (Riccardo Naldini), capo degli eunuchi imperiali. In quella che potrebbe essere l’ultima notte dell’harem, a causa della minaccia della guerra civile, Humeyra viene istruita affinché possa conquistare il sultano, per diventare la favorita e godere così di privilegi e di potere, ed uscire da una situazione di schiavitù: l’unico modo per non rimanere il “fiore di un’unica sera” è parlare, raccontare, tessere l’incanto di una storia che conquisti un re, poiché la voce di una donna, nel profondo silenzio della notte, conquista anche il più tremendo e malvagio degli uomini, il quale alla luce della luna rivela le sue paure e le sue insicurezze; ed è così che i tre si trasformano nei personaggi della bellissima novella de “L’orafo Hasan e della donna con le ali”, narrata al pubblico con giocosità e maestria, mettendo a nudo le fragilità dell’uomo che, irresistibilmente attratto dalle donne libere, per la paura poi di perderle, è quasi “costretto” a rinchiuderle in un vero carcere mascherato da palazzo, dove assieme alle donne si illude di rinchiudere anche la sua fragilità. L’antico harem altro non è che la rappresentazione più estrema di condizioni ben più sottili e devastanti per le donne, quali possono diventare la società in cui vive, la comunità o la famiglia stessa, come avviene nella seconda parte dello spettacolo, dove, ai giorni nostri, Nebilè (Serra Yilmaz), casalinga, e Guzin (Valentina Chico) sua amica, sognano improbabili fughe dalla prigione del loro malessere quotidiano e del ménage familiare. Sogni di evasione, sogni di libertà, raccontati da Serra Yilmaz, novella Sherazade, agli spettatori che sono ammaliati come il sultano Shahriyar, e la ascolterebbero incantati per ore. Il gioco di incastri e di storie incubatrici di altre storie, è un meccanismo che funziona alla perfezione: al loro interno troviamo gioia, dolore, comicità, divertimento, seduzione, amore, malvagità, disinteresse, routine, evasione, scoperta, rinascita.
“L’Ultimo Harem” è uno spettacolo magico ed unico, che da dieci conquista, incanta ed incarna perfettamente il desiderio della protagonista, Serra Yilmaz, quello di “portar via tutti quanti con me, in un altro mondo lontanissimo, di vedere sulla loro faccia questo stupore infantile di chi ascolta una favola, di divertire sia i miei partners che il pubblico”.
In occasione del decimo anno di repliche è stato, inoltre, pubblicato anche un libro, edito da Titivillus Edizioni, contenente delle interviste all’autore ed agli attori, il testo integrale dell’opera ed una raccolta fotografica dello spettacolo di Paolo Lamuraglia. Il volume, è stato presentato sabato 15 marzo al Teatro di Rifredi, alla presenza della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi e dell’assessore regionale alla cultura Sara Nocentini.

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