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Teatrionline > Blog > Senza categoria > “Skianto” a Genova
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“Skianto” a Genova

Federica Covaia
Ultima modifica: 5 Novembre 2014 18:27
Federica Covaia
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foto
Foto di Sebastiano Mauri

Di e con Filippo Timi

E Andrea Di Donna voce e chitarra

Luci: Gigi Saccomandi

Costumi: Fabio ZambernardiProduzione: Teatro Franco Parenti/ Teatro Stabile dell’Umbria

 

Se si presta molta attenzione si può già scorgere, ancora prima che si abbassino le luci in sala, Filippo Timi che si sistema sulla sedia da cui comincerà, a breve, il suo atto. La scena è ancora coperta da un sottile velo su cui è disegnato di traverso, a grandi lettere colorate, il nome di questo suo ultimo spettacolo. Una voce annuncia che mercoledì 5 novembre 2014, alle ore 18, è possibile incontrare l’attore presso villa Bombrini in via Muratori, Genova Cornigliano. E quando tace, il velo si alza.

Blu, giallo, rosso, verde e viola – il colore dei bambini urlanti appena nascono, e della Fiorentina – sono i colori delle lettere che compongono la parola Skianto, ma sono solo alcuni dei colori di cui si anima la “stanzina grigia”. È questo il nome che il bambino speciale, disabile, handicappato o diversabile (ciascuno usi il nome che meno urta la sua sensibilità, oppure ne crei di nuovi, che vadano ad aggiungersi ai già molti esistenti) dà al suo mondo. Timi sceglie di raccontare la disabilità, presente nella sua vita in una cugina, calandosi lui stesso nella parte, e immaginando di esternare ciò che, da piccolo, sognava che lei avrebbe voluto comunicare (me l’ha raccontato dopo l’attesa in coda, naturalmente era una coda femminile, verso i camerini).

Paradossalmente siamo noi i primi, da quando Filippo è nato, a poter sentire le sue parole, e quindi le emozioni e i pensieri che ci stanno dentro; totali estranei, almeno prima che cominciasse la rappresentazione, diventano intimi grazie alla magia del teatro e al potere dell’ascolto. Così veniamo a conoscenza del passato del ragazzino, fatto di incomprensioni coi genitori i quali, oltre a non sentirlo, sembrano non capirlo affatto. La madre è schiacciata dalla colpa di aver partorito un figlio “rotto, senza tutti i pezzi”, come si autodefinisce Filippo. Il padre, convinto che, oltre a non parlare, il figlio non possa neppure sentirlo, gli racconta esperienze che forse a un bambino, anche se potesse, non farebbe bene ascoltare, come le bizzarre e, a dirla tutta, scarse prestazioni con una prostituta.

Conosciamo le sue paure, in particolare di se stesso, di non riuscire, come spesso effettivamente gli accade, a controllarsi, e quindi di fare male ai suoi cari. Ci racconta la speranza di diventare, un giorno, un bambino normale e di poter dire ai suoi genitori che, nonostante tutto, gli vuole bene.

Ma soprattutto vediamo i suoi mondi interni avere la meglio su quello esterno: mentre fuori restano il grigiore e la monotonia della stanza – i canestri da basket e la cyclette/motorino fanno costantemente appello al desiderio di normalità – e la visita all’ospedale resta la più entusiasmante della sua vita, grazie alle finestre presenti nell’essenziale scenografia possiamo affacciarci sui mondi della fantasia, dell’immaginazione. Possiamo anche rimbecillirci davanti a video banali e pubblicità grottesche che immaginiamo gli facciano compagnia in gran parte della giornata per poi scoprire che, in realtà, è un meraviglioso cantante e un superbo pattinatore, benché non possa muovere un muscolo e dalla bocca gli escano solo suoni dolenti. Negli esuberanti costumi che indossa, nelle luci sparate e accecanti che stravolgono la stanza, prima spoglia, esplode tutta l’energia repressa dall’impossibilità di muoversi; come fossimo in contatto telepatico, dalle parole a volte infantili, grezze e volgari, altre favolosamente poetiche, ascoltiamo la rabbia per gli anni di reclusione, incomprensione, immobilità. Anche se persino i genitori, che insieme alla sorella costituiscono il suo unico universo relazionale, si approfittano del più debole, Filippo vorrebbe comunque urlare loro l’amore che gli risuona dentro.

È tra le forze del teatro riuscire a dare possibilità alternative, almeno fantastiche, alla realtà e questo spettacolo riesce a trattare un tema delicato come la disabilità all’interno di una famiglia, senza mai cadere nella pena o in facili luoghi comuni, facendoci anzi ridere insieme.

Insieme ad Andrea Di Donna, Timi ringrazia il coraggioso pubblico genovese, che ha sfidato il maltempo per esserci, con un’energica interpretazione di Black or White che strappa applausi fin dalle prime note.

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