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Reading: La sindrome di Hugh Grant, il nuovo romanzo di Daniele Cobianchi
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Teatrionline > Blog > Intervista > La sindrome di Hugh Grant, il nuovo romanzo di Daniele Cobianchi
Intervista

La sindrome di Hugh Grant, il nuovo romanzo di Daniele Cobianchi

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 15 Dicembre 2014 17:16
Fabiana Raponi
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cover bassa111Chi è Thomas Rimini, il protagonista del romanzo La sindrome di Hugh Grant (Mondadori, pagg. 180, 15 euro) di Daniele Cobianchi? Apparentemente Thomas è un uomo perfetto. Ha studiato alla Bocconi, lavora nel marketing, è affascinante, bello e brillante… ma ha 40 anni ed è affetto dalla sindrome di Hugh Grant che lo costringe a fuggire dal compromesso e a rifugiarsi in un eterno presente alla ricerca di sé stesso. Al suo terzo romanzo, l’autore affronta un tema insolito offrendo un punto di vista maschile su argomenti tradizionalmente trattati dalla letteratura femminile: con amara ironia e consapevolezza descrive la generazione dei “quarantenni disperati” non senza sensibilità ed empatia verso i suoi personaggi. Ecco come Daniele Cobianchi ha raccontato il suo romanzo.

Che cos’è la sindrome di Hugh Grant?

La sindrome di Hugh Grant deve essere inserita in un discorso più ampio, la crisi dell’età adulta che ha condotto l’uomo a rifugiarsi in un eterno presente.

La sindrome di Hugh Grant è l’incapacità di crescere che deriva da una fragilità e dall’impossibilità di prendere delle decisioni definitive a causa di una crisi generale, non prettamente relativa alla sfera professionale o sentimentale. Oggi si hanno talmente tante opportunità che si tende a procrastinare le scelte: arrivati nell’età di mezzo, fra i 40 e i 50 anni, ci si rende conto che forse è troppo tardi per dare alla nostra vita un’altra direzione., Dopo aver lasciato la donna che avrebbe dovuto sposare, il protagonista del romanzo torna a fare il trentenne, ma ormai è fuori tempo massimo e si sente a disagio per la sua condizione: si rende conto che intorno a lui ci sono quarantenni che si trovano in una terra di mezzo, i cosiddetti infelici di ritorno che hanno fatto delle scelte di compromesso, che solo ora si sono resi conto che hanno scelto un tipo di vita che non appartiene loroo e che tentano invano di recuperare il tempo perduto.

Chi non ha fatto delle scelte all’insegna dell’opportunismo si trova a dover affrontare il rischio delle solitudine: la verità è che la felicità è la minor dose di compromesso che ognuno riesce a ottenere dalla propria vita.

Da che cosa scappa realmente il personaggio del libro?

Thomas in apparenza scappa da una vita matrimoniale asfissiante fatta di figli e da centri commerciali affollati del sabato pomeriggio, ma in realtà lui scappa da sé stesso, non capisce se è riuscito a realizzare i propri sogni, le proprie esigenze, le proprie aspettative di vita. Thomas tenta di allungare questo tempo per poter riuscire a costruire quello che non ha ancora realizzato e che ancora desidera e anche se in teoria non avrebbe motivi per essere infelice, teme che fare delle scelte definitive possa compromettere il suo futuro.

In realtà vorrebbe avere a disposizione solo un po’ più di tempo per decidere ed è qui che la sindrome di Hugh Grant si scontra con la sindrome di Peter Pan. E alla fine del romanzo, complice un viaggio catartico, si rende conto che nella vita è necessario andare avanti, ma forse anche tornare indietro.

Che ruolo ha voluto attribuire alle donne in questo libro?

Se gli uomini ogni tanto scappano perché non riescono a prendere delle decisioni, le donne di tanto in tanto si trovano a sognare da sole e a costruirsi un tipo di felicità immaginaria andando anche a idealizzare l’uomo che si trova a dover recitare una parte: la felicità invece si costruisce a quattro mani.

Nel libro ho voluto raccontare anche in modo un po’ estremo diverse tipologie di donne, da quelle che tentano di recuperare tutto quelle che hanno sacrificato in passato quando magari sono state fidanzate e mogli perfette a quelle che lasciano i figli a casa per poter uscire tutte le sere, dalle donne che soffrono delle stessa sindrome di Hugh Grant e che non accettano il compromesso. In pratica una sorta di categorie allo specchio dei corrispettivi maschili. Il personaggio femminile principale, Marcella, la donna lasciata dal protagonista, sembra una vittima, ma è il personaggio vincente: descritto in cinque righe in ogni capitolo, diventa un personaggio molto pervasivo, molto presente che torna anche nella catarsi di Thomas.

Esiste una continuità fra i protagonisti dei suoi romanzi?

Si tratta sempre di personaggi in difficoltà. Nel primo libro, Il segreto del mio insuccesso (Mondadori, 2013), ho raccontato di un uomo di belle speranze alla conquista della Milano della pubblicità che viene travolto dalla Milano da bere. Il protagonista del mio secondo romanzo, Dormivo con i guanti di pelle (Mursia 2006), è un musicista molto fragile e umano che vive il dolore della morte del padre.

Sono tre personaggi che rifiutano il concetto e l’idea di uomo che non deve chiedere mai: sono persone molto vere e molto fragili, molto sensibili.

Uomini e donne: perché dovrebbero leggere questo romanzo?

Una donna dovrebbe leggere La sindrome di Hugh Grant perché dopo anni di Sex&The City è piacevole scoprire come anche un uomo possa raccontare le stesse cose con una sensibilità maschile senza timore di raccontare le proprie fragilità.

A leggere questo libro dovrebbero essere anche gli eterni Peter Pan per scoprire la parte più vera e più profonda di sé stessi, guardarsi dentro e ammettere delle debolezze che ignoravano persino di avere.

Quali sono i suoi autori di riferimento?

Ho cercato di riprendere il modello di scrittura di Nick Hornby: leggera e scorrevole in termini di approccio, ma anche profonda.

L’ambizione che ho avuto è di trovare una cifra stilistica che potesse essere facile, ma che potesse toccare temi importanti che riflettessero la crisi emotiva che stiamo vivendo. Hornby ha sempre raccontato con leggerezza argomenti anche molto drammatici e penso anche al romanzo Non buttiamoci giù.

Immagina delle trasposizioni cinematografiche dei suoi libri?

Assolutamente sì, già ho avuto contatti con delle case di produzioni cinematografiche: cerco sempre di scrivere con un taglio cinematografico creando già delle immagini da visualizzarsi come una sorta di vero e proprio montaggio. La mia è una cifra narrativa, non solo una tecnica che tende a facilitare la lettura. La mia ambizione è di fare in modo di offrire una certa accessibilità anche a chi non legge abitualmente.

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