Recensione di Eva Lipari
Antigone di Jean Anouilh
regia Roberto Latini
traduzione Andrea Rodighiero
con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza
scene Gregorio Zurla
costumi Gianluca Sbicca
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
in collaborazione con Bàste Sartoria
produzione La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello – Teatro di Roma teatro Nazionale
durata 100’
8-9-10 agosto 2026, Segesta teatro festival
Al Teatro Antico di Segesta Roberto Latini porta in scena “Antigone” una tragedia senza tempo, dove i confini tra uomo e donna, ragione e sentimento, vittima e carnefice si fanno sempre più labili.
Ci sono luoghi in cui il teatro sembra trovare la propria dimensione più autentica, il Teatro Antico di Segesta, è certamente uno di questi. Ed è proprio qui che Antigone di Jean Anouilh, con la regia di Latini, acquista una forza particolare: il mito torna là dove, idealmente, tutto è cominciato, ma lo fa con parole e interrogativi che appartengono ancora profondamente al nostro presente.
Scritta da Jean Anouilh nel 1942 e rappresentata a Parigi nel 1944, la sua Antigone riprende il mito sofocleo e lo rilegge in una chiave moderna, restituendoci una protagonista che non è soltanto l’eroina che sfida il potere, ma una creatura fragile e ostinata, incapace di rinunciare a ciò in cui crede. Dopo la morte dei fratelli Eteocle e Polinice, caduti l’uno contro l’altro nella lotta per il potere, Creonte ordina che Polinice, considerato un traditore, rimanga insepolto. Antigone decide di disobbedire a questo precetto, dando vita ad una tragedia che coinvolgerà tutti, fino alla morte di Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone.
Latini, però, non si limita a mettere in scena il testo di Anouilh, lo attraversa, lo scompone e lo restituisce allo spettatore come una sorta di specchio: ed è proprio questo uno degli aspetti che più colpisce della rappresentazione. I ruoli vengono distribuiti secondo una logica di riflessi e inversioni, in cui le identità non coincidono necessariamente con il genere dei personaggi. Il risultato è straniante e, proprio per questo, potentemente significativo, un’Antigone interpretata da un uomo può essere, contemporaneamente, uomo e donna; un Creonte può abitare un corpo che non corrisponde alla sua identità tradizionale.
Non è un semplice gioco teatrale, ma una scelta che sottolinea con forza l’universalità del mito. Antigone non è soltanto una donna, così come Creonte non è soltanto un uomo, rappresentano figure archetipiche, frammenti dell’umanità che ciascuno di noi può riconoscere dentro di sé, la loro contrapposizione diventa così una disputa che supera il genere e la singola vicenda narrata.
La scenografia di Gregorio Zurla, disseminata di vecchi televisori, richiama un mondo contemporaneo attraversato dalla comunicazione, dalla memoria e dalle immagini. In questo spazio quasi surreale, il passato e il presente convivono.
La regia di Roberto Latini è impeccabile nella costruzione di un’atmosfera sospesa, visionaria, a tratti inquietante. Luci, suono, costumi e movimento degli interpreti concorrono a creare un linguaggio scenico che non cerca una rappresentazione naturalistica della tragedia, ma ne restituisce piuttosto l’essenza, la dimensione simbolica e perturbante.
Molto efficace anche il lavoro degli interpreti —Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini e Francesca Mazza— chiamati a muoversi dentro una partitura scenica complessa, fatta non soltanto di parole, ma anche di silenzi, presenze, posture e immagini.
E c’è qualcosa di profondamente contemporaneo nel modo in cui questa Antigone ci interroga, perché, come suggerisce lo stesso Latini, Antigone è nel destino del teatro di ogni tempo. È una figura che abbiamo continuato a raccontare perché, attraverso di lei, continuiamo a raccontare noi stessi; emblematica la frase finale riflessa sui monitor: “Tutte le scelte che (non) hai fatto ti hanno portato qui”.
La domanda, allora, non è più soltanto chi abbia ragione tra Antigone e Creonte ma “che cosa siamo disposti a sacrificare per difendere la nostra idea di giustizia e di libertà?”.
In questa prospettiva, la scelta dei ruoli “invertiti” acquista una forza ancora maggiore: Antigone e Creonte sono l’uno il riflesso dell’altra, così come ogni essere umano è attraversato da contraddizioni che non possono essere ricondotte a categorie semplici.
U na regia suggestiva, una scelta scenica originale e interpreti efficaci restituiscono uno spettacolo di grande forzavisiva e simbolica. Solo nel finale il ritmo tende leggermente a rallentare, ma è un limite marginale all’interno di una messinscena nel complesso riuscita e capace di lasciare una traccia.
Un’Antigone assolutamente da vedere, non soltanto per ritrovare un mito che conosciamo, ma per scoprire quanto quel mito continui, ancora oggi, a parlare di noi.
Eva Lipari

