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La vedova allegra

Luca Benvenuti
Ultima modifica: 9 Gennaio 2015 09:38
Luca Benvenuti
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Foto di Nicola Fossella
Foto di Nicola Fossella

Operetta in tre atti di Franz Lehár su libretto di Viktor Léon e Leo Stein, dalla commedia L’Attaché d’Ambassade di Henri Meilhac

Personaggi e interpreti:

Hanna Glawary: Daniela Schillaci

Conte Danilo: Alessandro Safina

Barone Zeta: Nicolò Ceriani

Valencienne: Daniela Mazzucato

Njegus: Ugo Maria Morosi

Camille de Rossillon: David Ferri Durà

Capitano Kromow: Giuliano Scaranello

Visconte Cascada: Dario Giorgelè

Raoul de St. Brioche: Max René Cosotti

Bogdanovitsch: Matteo Ferrara

Pritschitsch: Stefano Consolini

Olga Kromow: Giovanna Donadini

Praskowia: Elisabetta Battaglia

Sylviane: Annalisa Massarotto

 

Coro Li.Ve diretto da Dino Zambello

Orchestra di Padova e del Veneto

Maestro concertatore e direttore d’orchestra: Giampaolo Bisanti

Coreografie: Claudio Ronda

Regia, scene e costumi: Hugo de Ana

————-

Per suggellare con spensieratezza il 2014 e la sua stagione lirica, il Teatro G. Verdi di Padova ha scelto come ultimo titolo La vedova allegra, capolavoro del grande Lehár, nel fortunato allestimento di Hugo de Ana, già visto nel 2009 sullo stesso palco.

La trama semplice, l’orecchiabilità della musica, l’ilarità dei dialoghi l’hanno resa una delle operette più amate al mondo, adattata in qualsiasi lingua. Questo maestoso monumento alla Belle Époque, età di pace europea che permise la crescita florida di un’arte scevra da ideologismi politici, è adorno di temi leggeri, quali l’amore capriccioso tra Hanna e Danilo, la gelosia dei diplomatici verso le loro sfuggenti consorti, il flirt continuo ed esplicito tra Valencienne e Camille. Non meno importanti per la drammaturgia sono l’introduzione di un esotico territorio, inesistente ma allusivo al Montenegro asburgico, e l’ambientazione parigina, spostamento logistico che permette al sesso e alla perversione di palesarsi in tutta la loro lubricità, evitando così di épater la bourgeoisie viennese.

L’allestimento di Hugo de Ana riesce nel tradurre quanto sovrascritto con eleganza e inusitata raffinatezza. Tre grandi parallelepipedi girevoli e trasparenti, vagamente bauhausiani, assieme a un sapiente gioco di specchi, mutano in continuazione lo spazio, lo ingigantiscono, ne moltiplicano le luci e creano un’illusoria profondità. All’ambasciata pontevedrina trionfano sullo sfondo giganteschi decori floreali, usciti quasi direttamente dalle affiches di Mucha. Il terzo atto è indubbiamente il più efficace a livello scenografico, rimanendo impresso nella mente dello spettatore per i variopinti sfavillii dei neon del Maxim’s, per i coriandoli lanciati dall’alto e le tinte sgargianti delle vesti sontuose. Il regista celebra quindi il colore, elemento che divenne, assieme alla fluidità della linea, lemma essenziale nel vocabolario dell’Art Nouveau. Chiaro è l’omaggio a Gentlemen Prefer Blondes di Howard Hawks, se de Ana veste la vedova con costumi che ne citano palesemente due tra quelli indossati da Marilyn Monroe, tanto che pure le pose da vamp adottate dall’ereditiera confermano tale impressione. Ulteriore richiamo al mondo cinematografico è l’aver voluto mascherare Kromow, Bogdanovitsch e Pritschitsch da fratelli Marx.

Un appunto va fatto sul libretto predisposto per questa edizione. I dialoghi andrebbero alleggeriti, rendendo il testo più dinamico e scorrevole, soprattutto durante la festa in stile Maxim’s, ove, al posto del panegiristico sestetto maschile sulla lingerie e lo statico duetto tra Valencienne e Camille, estratti da altri lavori di Lehár, le funzionali coreografie di Claudio Ronda potrebbero essere sfruttate maggiormente. Opinabile è anche la scelta di affidare a ciascuna delle tre mogli un’aria solista – La Dive de l’Empire di Satie a Olga, Ah! Je ris dal Faust di Gounod a Sylviane e Suicidio! da La gioconda di Ponchielli a Praskowia – volta semplicemente a creare siparietti fini a se stessi che spezzano il susseguirsi vorticoso degli eventi.

Il cast si è rivelato disomogeneo. Su tutti, ha brillato Daniela Schillaci che ha interpretato una convincente Vedova dalla conturbante presenza scenica. La voce è potente, sicura e dall’estensione adeguata. La dizione, secondo alcuni emendabile, in realtà esprime perfettamente, nella finzione dell’adattamento italiano, le origini balcaniche del personaggio, per motivi storici verosimilmente più uso al tedesco che al francese. Belli i filati pianissimi sulle note acute in Vilja, o Vilja e Tace il labbro. Il Danilo di Alessandro Safina ha presentato evidenti deficienze vocali, ben celate dal gigionesco physique du rôle. Gradevole Nicolò Ceriani come Barone Zeta. Daniela Mazzucato, veterana del ruolo, a livello vocale ha risentito dei lunghi anni di gloriosa carriera, ma ha nuovamente recitato con una disinvoltura, un’agilità e una civetteria squisite, doti che solo le grandi attrici – e sono poche oggi – sanno padroneggiare, dimostrando di essere la Valencienne per antonomasia. Ugo Maria Morosi ha tratteggiato un Njegus piuttosto anodino e rassegnato. Insufficiente è stata la prestazione di David Ferri Durà come Camille de Rossillon: il tenore è ancora immaturo, possiede uno strumento poco incisivo, piatto e imperfetto, come hanno evidenziato alcune difficoltà nel registro acuto durante la maliziosa Vien in quel piccol padiglion. Tutti professionalmente nella parte gli altri uomini – Giuliano Scaranello (Kromow), Dario Giorgelè (Visconte Cascada), Max René Cosotti (Raoul de St. Brioche), Matteo Ferrara (Bogdanovitsch) e Stefano Consolini (Pritschitsch). Tra le altre donne si è distinta, è quasi scontato dirlo, l’esuberante Olga di Giovanna Donadini, sublime caratterista che possiede una verve unica, difficilmente eguagliabile dalle colleghe Elisabetta Battaglia (Praskowia) e Annalisa Massarotto (Sylviane).

Il Coro Li.Ve, preparato da Dino Zambello, ha alternato momenti di sicura presenza, come nei coinvolgenti finali d’atto, a imbarazzanti debolezze, per esempio all’ingresso di Hanna Glawary all’ambasciata e nei canti “pontevedrini” del secondo atto.

La personale lettura della Vedova di Giampaolo Bisanti ha fatto della soavità e del vigore le colonne portanti della sua conduzione, facendo sì che il colore trionfasse non solo sulla scena, ma anche sull’orchestra, dipingendo atmosfere di ampio respiro ricche di suggestioni. E’ infatti il ballo, nell’onnicomprensività delle sue forme – dal valzer alla polka, dalla mazurka alla marcia – il collante tra le vicende e ottimamente riesce Bisanti nel replicare l’intento del compositore, ossia esprimere l’evolversi dell’ “operazione vedova” e le psicologie dei personaggi per mezzo dei più diversi ritmi di danza, a tratti languidi e sensuali, a tratti turbinosi e trascinanti. L’Orchestra di Padova e del Veneto ha risposto positivamente al piglio spumeggiante del direttore, riscattandosi in maniera egregia dai discutibili risultati delle precedenti opere proposte dal teatro patavino, Il barbiere di Siviglia e Madama Butterfly.

Gli applausi calorosi del pubblico, inevitabilmente a tempo su E’ scabroso le donne studiar e il can can dall’Orphée aux Enfers di Offenbach, hanno decretato il pieno successo di questa gioiosa produzione.

 

La Valse, Symphony in C e Shéhérazade
Il Mercante di Venezia al Teatro San Paolo di Roma. A 50 anni dalla messa in scena l’omaggio al grande Glauco Mari
“OtellO” di Kinkaleri
Farfalle
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