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Prosa

Scùossa

Ester Formato
Ultima modifica: 9 Giugno 2015 17:29
Ester Formato
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fotoLiberamente tratto da “L’ammazzatore” di Rosario Palazzolo

Adattamento e regia Giuseppe Massa

Con Gaspare Balsamo e Simona Malato

Assistente scene e costumi Linda Randazzo

Luci Rudy Laurinavicius

Assistente alla produzione Elena Amato

Prodotto da Sutta Scupa/Napoli Fringe Festival/col patrocinio del Comune di Erice

———-

Per il Napoli Fringe Festival la compagnia Sutta Scupa porta in scena una libera rielaborazione di un’opera di Rosario Palazzolo “L’ammazzatore”.

Scùossa, questo è il nome dello spettacolo, ha due interpreti il che conferisce al lavoro una struttura centrica e circolare. Difatti a Simona Malato sono affidati più ruoli, ovvero le presenze più rilevanti nella vita di Ernesto Scùossa (Gaspare Balsamo) che vengono ad essere i punti di riferimento del suo processo esistenziale. All’inizio, prima che le luci calino in platea, sentiamo snocciolare una serie di date (giorno, mese, anno, ora e momento della giornata), sino a quella del 7 giugno 2015 in cui stiamo vedendo la rappresentazione; siamo disorientanti dall’apparenza caotica di questo vero e proprio mosaico cronologico che nel corso dello spettacolo siamo spinti a ricomporre. Tutto inizia in un mare di cellophane quale prolungamento inesauribile della veste della madre o della sua placenta dalla quale viene alla luce Ernesto. L’atto della sua nascita è il punto di partenza da cui si racconta la sua esistenza tramite quattro incontri, quattro personaggi che essendo incarnati dalla stessa attrice, ci restituiscono una sorta di effetto-specchio tramite il quale decifrare non tanto la personalità di Scùossa, quanto il contesto geo-temporale in cui è destinato ad esistere. Una vita cui spazio e tempo coincidono con le convenzioni di un teatro essenziale e semplice che trova nel bilinguismo (italiano e siciliano) la frattura esistenziale fra il protagonista e il resto. Ma, cos’è la realtà per Ernesto se non lo strascico della placenta che ritorna come enorme lenzuolo posato sui mobili della casa materna, simbolo quindi, della morte e dell’incapacità di riscatto? Il bianco diviene perciò un inquietante leit-motiv mentre dopo la madre, prendono forma Angelo, la sua prima vittima dopo che un capo mafioso Cartapecora lo assolda, l’amante Katia, e lo stesso boss.

Stavolta il clima omertoso e criminale del nostro profondo sud appare quasi dematerializzato, a tratti vi è l’impressione che risulti attraverso un processo onirico; il discorso delle parti del corpo, dei piedi quale primario sostegno, simbolo di una figura paterna negativa o del tutto assente, richiamato dall’uso di scarpe bianche a alte – quasi surreali – e la sensazione di essere perennemente schiacciati, vivere stupidamente come vermi; il discorso paradossale con Angelo, un dialogo funambolico che rivede in una chiave ironica il rapporto vittima-carnefice. E poi, infine, l’incontro ed il sesso con Katia, praticato quasi come “vedendosi vivere” attraverso l’eccitazione della donna senza che moti interiori muovano il suo corpo, traducendo l’atto in un quasi innaturale amplesso. Semplicemente accade, accade la morte, accade la vita e perfino la propria fisiologia. Tutto si dipana attraverso la materia, la plastica, le pesanti scarpe che attaccano i personaggi al suolo e Scùossa ci passa leggero, come un fantasma. Egli è un’abulia che emerge dai rapporti con ogni personaggio, così dalla madre a Cartapecora passando per la sua prima vittima e per Katia; si evince un passivo concedersi alla volontà altrui che sconfina nel grottesco.

Parabola di un Amleto siculo, stavolta non abbastanza consapevole e troppo ignorante, che cerca una strada alternativa nel raccontare reiterate tematiche tipiche del sud. Ciò che rende ancora più chiaro il fatalismo con il quale Ernesto abiura alla capacità di prendere in mano le redini di una vita spiattellata in una Sicilia arida e cruda, è il costante esprimersi in un dialetto stretto (tanto è vero che all’inizio sono presenti i sovratitoli in italiano) che lo confina ulteriormente in una bolla paralizzante. Sino alla fine quando la legge del più forte lo annienterà in maniera inequivocabile, così torniamo al giorno ultimo, giorno della morte, che dà un assetto circolare alla vicenda, scoprendo che in realtà non si è mai mosso dalla casa di famiglia, piena dei suoi fantasmi, ormai sventrata ed insanguinata. Uscire da essa significherà morire, chiudendo così un cerchio fragile e disintegrato.

Sutta Scupa rielabora, quindi, una letteratura teatrale ancora ben consolidata fra le compagnie meridionali mostrando però una capacità di scrittura e di resa interessanti, sebbene in alcuni punti lo spettacolo appaia un po’ disorganico e di non facile recezione. Molto probabilmente però quest’aspetto mostra una scelta semiotica di fondo, coerente in tutto il lavoro. ovvero il rifiuto di una narrazione univoca e lineare.

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In scena Maria Cassie e la sua divertente commedia “Mammamia!”

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