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Prosa

“Argia” di Molino Rosenkranz

Lorenzo Mucci
Ultima modifica: 29 Novembre 2015 10:51
Lorenzo Mucci
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fotoAutore: Marta Riservato

Attori: Marta Riservato, Paolo Forte

Regista: Roberto Pagura

Produzione: Molino Rosenkranz

———-

La compagnia Molino Rosenkranz di Zoppola (Pn) ha presentato Argia, una delle sue ultime produzioni, all’interno della rassegna Il teatro delle donne organizzata dal Gruppo Teatrale La Bottega di Concordia Sagittaria in collaborazione con la locale Pro Loco e l’Amministrazione comunale, in occasione delle celebrazioni del 25 novembre, giornata per l’eliminazione del femminicidio. L’intento di sensibilizzazione alle tematiche della violenza di genere ha trovato una piena rispondenza nello spettacolo del Molino Rosenkranz orginariamente in friulano e in questa occasione presentato in italiano, con qualche inserzione nell’idioma di Arzene (Pn). La storia vera di Argia Manarin, nata nel 1924 a Valvasone (Pn) è per molti versi esemplare della travagliata condizione di subalternità vissuta dalle donne italiane per molta parte del Novecento. Lo spettacolo ripercorre infatti gli avvenimenti salienti della vita di Argia; un’esistenza, la sua, all’insegna dello sradicamento dall’ambiente nativo e familiare e della lotta per la sopravvivenza e la ricostruzione della propria umanità e dignità calpestate, combattuta con strenua volontà di riscatto e inesauribile spirito di intraprendenza. “Che tempismo le disgrazie!” è il sagace commento autoriflessivo di questa donna del popolo che ben riassume la filosofia con cui affronta tenacemente traversie e lutti: da quando, ragazza, viene mandata a servizio lontano da casa nelle Marche; al momento bellissimo ma fatale in cui, durante l’occupazione nazista, si innamora di un soldato tedesco da cui avrà il figlio Livio; alla successiva rottura con la famiglia in seguito al ritorno in Germania di Eric e all’esilio della “ragazza madre” in un paese della montagna carnica dove viene temporaneamente ospitata da una famiglia contadina; agli anni del ritorno al paese nativo dove prova a rifarsi una vita con Stino, che sposa ma perderà, dopo anni di lunga malattia e aver avuto due figli; per giungere, nella terza età, alla gioia dei nipoti cui si associa però la lacerante perdita del primogenito Livio. Nella sofferta lettera che la ventenne Argia invia da Tolmezzo alla madre si esprime la recisa denuncia nei confronti della famiglia che l’ha abbandonata al suo destino, vittima della mentalità gretta e retriva del piccolo paese di campagna. Ed è proprio questa coscienza critica unita alla sofferenza intima a dare alla vicenda esistenziale di Argia valore emblematico di una condizione femminile tristemente diffusa nel nostro Paese.

La messinscena del Molino Rosenkranz non indulge al patetismo o all’accentazione polemica, come le tematiche da dramma verista-neorealista avrebbero autorizzato, ma sceglie la via della levità e della naiveté, forte della cultura rappresentativa maturata nell’ambito del teatro ragazzi e di figura. Da una credenza in stile anni 40-50 posta al centro della scena fuoriescono, come da un baule delle meraviglie, Marta Riservato e il fisarmonicista Paolo Forte che in qualità di interprete dei vari interlocutori di Argia coadiuva l’attrice protagonista in molte azioni sceniche; e poi emergono oggetti che rivelano subito la loro pregnanza e funzionalità: una bicicletta su cui Argia corre alla disperata ricerca dell’amato Eric che hanno trasferito nella vicina Codroipo; un alto portavasi (anche questo anni 40-50) su cui viene appoggiata l’icona della Madonna con cui Argia interloquisce, anche comicamente; una giacca scura ripiegata e tenuta da Argia come le fasce in cui era avvolto il piccolo Livio di cui ora piange la morte; una fila di lampadine per illuminare la festa paesana e una piccola pedana girevole, anch’essa illuminata, a rappresentare la pista da ballo su cui Argia si colloca come fosse la statua vivente di un magico carillon. Nello spazio-tempo dilatato in cui anche gli oggetti hanno un’anima si inseriscono gli attori che rendono sentimenti e atmosfere impalpabili spesso più agevolmente col linguaggio del corpo e del silenzio piuttosto che con la parola; come quando il fiorire del sentimento d’amore si esprime per brevi cenni e sguardi carichi di gioiosa meraviglia e desiderio, o nell’abbraccio in cui Paolo Forte-Eric stringe Argia mentre balla suonando la fisarmonica posta alle spalle di lei, a mo’ di zaino; o quando, per l’ultimo saluto a Stino, Argia lancia ripetutamente in aria della polvere evocando un personale rituale propiziatorio. E gli esempi potrebbero continuare.

Marta Riservato ha dato prova di grande duttiltà attraversando le diverse tonalità dello spettacolo, da quella lirico-intimista a quella comico-popolaresca. Ma soprattutto ha restituito il senso di una spontanea aderenza all’autenticità del vissuto della protagonista attraverso l’accorata partecipazione alle alterne vicende del suo destino e l’attenzione alle sottili trasmutazioni dei moti del suo animo. In ciò la giovane attrice ha messo in gioco tutta se stessa e la propria ricca sensibilità lasciando nel pubblico il segno di un’esperienza significativa e duratura.

Al termine della serata, la Signora Argia, novantaduenne nonna di Marta, ispiratrice e fonte diretta dello spettacolo a lei dedicato, è stata calorosamente salutata dal pubblico col quale si è in seguito intrattenuta a conversare piacevolmente.

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