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Reading: La “Cenerentola” di Emma Dante, un incubo a occhi aperti al Teatro dell’Opera di Roma
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Teatrionline > Blog > Opera > La “Cenerentola” di Emma Dante, un incubo a occhi aperti al Teatro dell’Opera di Roma
Opera

La “Cenerentola” di Emma Dante, un incubo a occhi aperti al Teatro dell’Opera di Roma

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 28 Gennaio 2016 14:45
Fabiana Raponi
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Foto di Yasuko Kageyama
Foto di Yasuko Kageyama

Dimenticate la favola tutto zucchero e bontà della Cenerentola classica che piace tanto alla bambine (targata Walt Disney tanto per intenderci): Emma Dante aveva già annunciato che la sua Cenerentola ossia La bontà in trionfo di Rossini in scena al Teatro dell’Opera di Roma sarebbe stata ben poco rassicurante ed edulcorata da ogni tipo di leggerezza. In pratica più un incubo che una favola vera e propria: e così è stato.

La Cenerentola in scena è chiaramente in toto una creatura di Emma Dante che ne mette in luce la tragicità insita e con il ritmo serrato e l’impronta scenica tende a trascinare e quasi a sottomettere alle sue scelte stilistiche perfino la frizzante, concitata e strettissima direzione d’orchestra del giovane Alejo Pérez impegnato sul podio.

D’altra parte la Dante si era già misurata in prosa con una versione tanto personale quanto rivisitata della celeberrima fiaba di Perrault con Anastasia, Genoveffa e Cenerentola: nel suo primo approccio a Rossini, la regista ha rispettato fino in fondo il libretto di Jacopo Ferretti (basato su quello francese di Etienne per la Cendrillion di Isouard e ricavato dalla fiaba di Perrault) scevro di elementi magici e con tanto di lieto fine, agognato, ma ben poco rassicurante.

Dramma giocoso-operetta morale dove trionfa la bontà, nonostante tutto e fra mille avversità, la Cenerentola della Dante è esteticamente molto accattivante e passa attraverso una chiave di lettura spiccatamente pop surrealista nei colori e nelle acconciature, fra cartoon, fumetti e tatuaggi quasi in contrasto con le cerulee e abbaglianti scene uniche (rassicuranti e avvolgenti grazie alle luci di Cristina Zucaro,) di Carmine Maringola che si aprono sugli interni di un palazzo nobiliare.

Cuore della rilettura della regista palermitana (che ha chiaramente adattato alle sue corde l’opera) è la violenza insita nei rapporti umani a cominciare dalla famiglia: Cenerentola è costretta a subire le angherie e la prevaricazione morale psicologica, ma anche fisica del patrigno Don Magnifico e delle due sorellastre Clorinda e Tisbe agghindate di tutto punto, ma tremendamente racchie e sgraziate come mostra nella scena del temporale dove la sventurata viene barbaramente picchiata dalla “famiglia” o quando viene legata in casa con una catena come il più maltrattato dei cani.

La miserrima Cenerentola (che non figura mai accanto alla cenere) è costretta a subire non solo le violenze domestiche, ma anche le cattiverie spietate della società che si concretizzano in una delle scene più violente (un po’ stridente con l’opera) con le invitate/invitati en travesti in svolazzanti abiti da sposa che rose dall’invidia le puntano armi di ogni genere contro per poi suicidarsi in un rito collettivo.

La violenza, che di fatto serpeggia un po’ in tutta l’opera nonostante la proverbiale leggerezza rossiniana, contrasta con quel che resta di fiabesco, esemplificato negli abiti (di Vanessa Sannico) celesti di una Cenerentola biondissima, negli stivaletti color cielo, nelle divise azzurre dei camerieri o nei drappi color canard che scendono dalle finestre fino ai dettagli rossi che scuotono l’insieme. Perfino il bianco appare ben poco rassicurante dato che viene sfoggiato dalle sorellastre e dalle spose mancate tanto più che in una visione quasi ribaltata i “buoni” (Cenerentola e il principe) appaiono di nero vestiti e la protagonista si presenta al ballo quasi in versione sposa in nero.

Altro dettaglio peculiare introdotto dalla regista sono le bambole meccaniche dotate di enormi chiavette di ricarica, un po’ replicanti-automi di Cenerentola (quasi a rimpiazzare i topini di disneyana memoria) un po’ a raddoppiare i camerieri: è a loro che spesso e volentieri la Dante affida il raddoppio dell’azione a tratti movimentando e sovraccaricando quel che accade sul palco. Insomma se la Dante forse tradisce in qualche tratto Rossini, non tradisce sé stessa con momenti spiazzanti e scelte già apprezzate nel suo personalissimo teatro di prosa in un allestimento di Cenerentola interessante e sui generis, tutto da vedere.

Bellissime le voci del cast (se ne alternano tre in tutto) perfettamente calibrato anche nell’azione scenica che non trova quasi mai pace, ma segue il ritmo serrato della musica: ampio il registro di Cenerentola interpretata da Serena Malfi, belle le coloriture di Juan Francisco Gatell nel ruolo di Ramiro, perfetti Vito Priante come Dandini, Damiana Mizzi (Clorinda) e Annunziata Vestri (Tisbe), Alessandro Corbelli (Don Magnifico), Marko Mimica (Alidoro).

La Cenerentola apre le celebrazioni del Costanzi per Rossini a Roma 200 anni, progetto che nasce per celebrare il bicentenario del Barbiere di Siviglia che debuttò al Teatro Argentina nel febbraio del 1816 seguito pochi mesi dopo dalla Cenerentola che debuttò al Valle: sarà in scena anche giovedì 28 (ore 20), venerdì 29 (ore 20) e sarà ripresa a febbraio, venerdì 12 (ore 20) e venerdì 19 (ore 20) in alternanza con Il barbiere di Siviglia con la regia di Davide Livermore.

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