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Il Calapranzi

Wanda Castelnuovo
Ultima modifica: 25 Aprile 2016 14:21
Wanda Castelnuovo
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fotoUna prima nazionale per Corrado d’Elia, regista che durante quasi quattro lustri ha avuto come casa teatrale (da poco lasciata) il Teatro Libero di Milano ora salutato con una regia di grande impegno e impatto: Il Calapranzi (titolo originale The dumb waiter), lavoro giovanile di Harold Pinter (di famiglia ebraica ucraino-polacca, Londra 1930 – 2008), attore, drammaturgo, sceneggiatore, scrittore, poeta e Premio Nobel per la Letteratura nel 2005.

Si tratta di uno dei capolavori del teatro dell’assurdo; a distanza di circa sessant’anni dalla sua comparsa (nel 1957) il testo si rivela di un’attualità sconvolgente e conserva il sottile fascino dei risvolti psicologici sottesi all’apparente, monotona e banale quotidianità in cui si muovono i protagonisti impegnati in un ‘lavoro’ alquanto insolito, inquietante e presente endemicamente in tutto il globo.

In un ambiente poco confortevole e inquietante come un seminterrato bloccato verso l’esterno, in un crescendo di suspense si disvelano paure, minacce e violenze che guizzano serpeggiando nel paranoico rapporto tra Ben e Gus, personaggi dai segreti inconfessabili e inseriti in un ‘contesto sociale’ piramidale dominato da violenza e prevaricazione come quella di Ben su Gus: non sempre tuttavia chi pare più forte lo è realmente, mentre chi è più incerto, insicuro e teso alla nevrotica ricerca di significati manifesta sprazzi di umanità che i prepotenti non possiedono o hanno dimenticato.

Altrettanto inquietante la misteriosa presenza di un “calapranzi”, dispositivo per il trasporto di vivande, unico contatto con l’esterno (insieme a un citofono) in questo gioco che risulta una sconvolgente premonizione del progressivo venire meno della parola orale e del dialogo diretto come strumenti di comunicazione sostituiti nella pièce da monologhi e nella realtà odierna da una fredda rete telematica che filtra, spezzetta e trasmette frammenti filamentosi e sfilacciati dei vari individui sempre più malati di solitudine e indifferenza. Il paradosso sta nel fatto che una larga fascia di persone crede in tale modo di organizzare e regolamentare razionalmente i rapporti interpersonali per non farsi coinvolgere, per ottimizzare tempo e denaro e per non mischiare il privato con il lavoro… quasi che l’animo umano sia divisibile in settori non comunicanti.

Appropriata e calzante la scelta del nudo spazio teatrale del palcoscenico del Libero che – al di là del valore affettivo per il regista – privato di ogni orpello e reso essenziale attraverso la presenza di due letti, ben rende l’idea di uno spazio chiuso e claustrofobico con pochi spiragli verso un mondo esterno altrettanto spersonalizzante. Sopravvive come legame con il ‘fuori’ la lettura del giornale che paradossalmente stupisce per il male di cui è costellato proprio Ben che non si mostra consapevole di vivere un’esistenza negativa e sfiora Gus condizionato da una ‘vita di non senso’ che lo rende inquieto.

Una pièce equilibrata e ben costruita grazie all’ottima regia e ai due validissimi attori: Alessandro Castellucci nei panni di Gus grande e grosso eppure così fragile, un delinquente in crisi esistenziale, e Francesco Maria Cordella in quelli del prepotente e balordo Ben ormai trascinato dalla corrente di un ‘mestiere terribile’ che obbliga lui e il suo compare – sottoposti a un misterioso capo quasi un fato ineludibile – ad attendere nascosti di potere eseguire un compito efferato

Uno spettacolo che avvince lasciando molti input su cui riflettere e diverte per la raffinata ironia che lo attraversa.

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