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Teatrionline > Blog > Prosa > Napoli Teatro Festival: tempo di bilanci
Prosa

Napoli Teatro Festival: tempo di bilanci

Francesca Bianco
Ultima modifica: 14 Luglio 2016 19:05
Francesca Bianco
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fotoIl Napoli Teatro Festival sta per giungere a conclusione e già si vocifera di bilanci, sia in termini di critica che di pubblico. Nell’attesa di sapere quanti sono stati i biglietti venduti e quali gli spettacoli più apprezzati, proviamo a offrire una panoramica di questo mese di performance andate in scena nei teatri di Napoli. Tanti i titoli di successo: dal “Macbeth” del regista e drammaturgo sudamericano Brett Bailey, al “Love Stories” di Katia and Marielle Labèque, passando per “Les Aiguilles et l’opium” di Robert Lepage. Ma nonostante ciò il festival è stato poco avvertito in città, tra beghe interne e poca comunicazione non si è percepito il clamore di un vero grande evento.

Tra gli spettacoli ospitati nel prestigioso teatro San Carlo c’è stata una grandiosa storia di sport, portata a Napoli da un giornalista e telecronista, conosciuto più al pubblico della televisione che non del teatro. “Le Olimpiadi del 1936” di Federico Buffa, noto volto di Sky, racconta una delle edizioni più controverse dei giochi olimpici, quelle del 1936. Le Olimpiadi di Berlino, i giochi olimpici di Hitler, che avrebbero dovuto affermare la superiorità della razza ariana, si rivelarono invece una straordinaria occasione di confronto, di uguaglianza, di incontro di popoli e di amicizie destinate a durare per sempre. Storie di uomini ancora prima che sportivi raccontate con maestria da Buffa nel ruolo di affabulatore. Il cronista ci riporta a quell’agosto del ’36, accompagnato dalla musica e dalle immagini d’epoca (tratte dal film “Olympia” della regista Leni Riefenstahl, incaricata da Hitler di girare una pellicola propagandistica), restituendo al ricordo personalità sportive scolpite nel tempo. Come quella di Jesse Owens. Quattro ori olimpici, due record mondiali ed un record olimpico. Storica la smorfia di disappunto di Hitler al suo terzo oro. Tanta gloria in Europa ma ignorato in patria, in quegli Stati Uniti fortemente ostili agli afro-americani: “al suo ritorno nessun albergo di New York volle ospitarlo” dice Buffa in una sala gremita di giovani. E mentre in Spagna scoppiava la guerra civile, a Berlino si scriveva la storia con la vittoria di due atleti giapponesi nella maratona. Sul podio a testa bassa, non erano giapponesi ma coreani, e all’epoca la loro patria era sotto dominazione nipponica. In scena oltre Federico Buffa, che interpreta la parte di Wolgang Fürstner, comandante del villaggio olimpico (suicida appena tre giorni dopo la conclusione delle Olimpiadi, dopo aver scoperto che sarebbe stato espulso dall’esercito a causa delle sue origini ebraiche), i musicisti Alessandro Nidi, Nadio Marenco e la giovane cantante Cecilia Gragnani, personaggi evocati dal protagonista nel desiderio di poter rivivere quei giorni e quei luoghi della lontana estate del 1936, i giorni delle Olimpiadi di Berlino. Applausi meritatissimi.

Foto di Elisabeth Carecchio
Foto di Elisabeth Carecchio

Ha cercato di affabulare senza riuscirci del tutto il progetto “Una favola in Campania”. Forse l’idea più bella messa in campo dal Napoli Teatro Festival: far uscire le storie dal teatro e portarle in giro per la regione, in luoghi incantevoli come Ravello, Castellabate, Scario e Acciaroli. Una sorta di itinerario che parte da Napoli (con i reading di Villa Pignatelli e Museo Madre) per giungere in costiera sul filo della narrazione. Sette luoghi, sedici serate, dieci storie, miti e leggende legate alla regione e dieci interpreti. Questi i numeri del progetto, a cui purtroppo bisogna aggiungere un altro dato: la mancanza di preparazione. Anche uno spettacolo che può sembrare facile da allestire, come appunto un reading, necessita di preparazione e di prove adeguate. Le favole, lette da signori interpreti quali Alessandro Haber o Claudio Santamaria, sembravano una scoperta per gli stessi attori, forse le stavano leggendo per la prima volta o ne ignoravano l’origine e i significati nascosti. Fatto sta che l’effetto creato non è stato quello di una affabulazione, ma di una lettura talvolta piatta e priva di picchi emotivi. Tra gli interpreti anche Vincenzo Salemme, Giuliana De Sio, Giancarlo Giannini, Isabella Ferrari, Isa Danieli, Giuseppe Battiston e Leo Gullotta. Musiche dal vivo dell’Orchestrina musica da ripostiglio.

Tra i classici rivisitati andati in scena in questo mese c’è stato il Pinocchio di Joël Pommerat, fondatore della compagnia Louis Brouillard. La storia di Carlo Collodi, classico della letteratura per ragazzi, ha trovato vita sul palco del Teatro Mercadante. Un palco scevro, illuminato solo da poche luci che all’occorrenza inglobano l’attore calamitando l’attenzione del pubblico. Ed il primo a mostrarsi è un narratore esterno che avrà il compito di unire tutte le fasi della storia del burattino bugiardo creato dal legno di un albero. “Quella che vi sarà presentata è solo la verità” dice il narratore. E la verità su Pinocchio, nella visione di Pommerat, è un duplice racconto: il Pinocchio ribelle, curioso nello scoprire il mondo, ed il bambino ingenuo, in fondo “piccolo”. Al di là del discorso pedagogico e dei significati della storia del burattino più famoso al mondo, c’è da segnalare che la messinscena di Pommerat si dimostra fin troppo fedele al testo, senza tentare una neppur minima interpretazione o rivisitazione sperimentale. Il pubblico partecipa ad ogni fase della storia del burattino impertinente, dalla lavorazione di Geppetto, all’episodio del Teatro dei burattini (che diventa qui una sorta di discoteca) fino alla condanna in prigione, all’arrivo nel Paese dei Balocchi, passando per la trasformazione in asino e al ricongiungimento con Geppetto nel ventre di una balena. Fasi presentate come capitoli di un libro, di cui il pubblico conosce già tutti i dettagli. Narrazione che ci restituisce in toto quel senso di inadeguatezza presente in Pinocchio, quando l’immaginazione si schianta con la realtà ed ogni fantasia è annullata. Molto belli gli effetti fonici e visivi che contribuiscono a creare una visione onirica e a trasportare lo spettatore nella fiaba. Ma purtroppo non basta per fare di un famosissimo classico un degno spettacolo teatrale, che vada oltre al testo, e che tenti di rispondere ad una domanda che pure dal testo prende vita: come si può diventare grandi restando liberi?

Tra gli spettacoli più applauditi del Napoli Teatro Festival c’è stato sicuramente “Les Aiguilles et l’opium” di Robert Lepage che è tornato a Napoli, ospitato dal teatro Politeama, dopo i successi di Lipsynch nel 2010 e di Le Dragon bleu nel 2011. Vero e proprio artigiano del teatro, Lepage ha stupito ancora il pubblico del festival con un’architettura scenica rotante e dall’effetto ipnotico. Il suo Les Aiguilles et l’opium, spettacolo del ’91 rivisitato a distanza di anni, è un viaggio attraverso le vite di alcuni personaggi. Nel 1949, il poeta Jean Cocteau visita per la prima volta New York ed il giovane jazzista Miles Davis è invece a Parigi. Tutti e due hanno qualcosa in comune: la dipendenza. Cocteau dall’oppio e Davis dall’eroina. Di ritorno dalla Francia lo scrittore stende sull’aereo la sua «Lettera agli americani», mentre a Saint-Germain-des-Prés Davis si invaghisce della cantante ed attrice francese Juliette Gréco. Balzo nel tempo, al 1989, Lepage si trova a Parigi ed alloggia proprio nella camera numero 9 dell’Hotel La Louisiane, la stessa camera in cui alloggiarono Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre. Si scopre presto che il giovane canadese soffre per un amore che non riesce a dimenticare. I suoi tormenti sentimentali trovano in scena una connessione tra la dipendenza di Cocteau per l’oppio e quella di Davis per l’eroina. Il cubo che ospita l’azione ingloba una pluralità di elementi: non solo il corpo degli attori (che sono in bilico in questa sorta di palcoscenico nel palcoscenico), ma anche la musica triste ed evocativa, le immagini in bianco e nero, i linguaggi che si sovrappongono (francese, inglese) l’inquietudine ed il dolore che spinge gli artisti a creare, come se la dipendenza dalle droghe e la sofferenza d’amore fossero sentimenti gemelli. Effetto di instabilità raggiunto grazie a quel cubo rotante, a cui manca la quarta parete, che rende unico uno spettacolo che può dirsi ipnotico, nella forma quanto nel contenuto.

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