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Il giardino dei ciliegi

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 1 Novembre 2016 10:01
Tania Turnaturi
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fotoAssuefatti alla dimensione drammatica delle storiche messinscene di questo lavoro teatrale di Anton Čechov, l’allestimento in prima assoluta nazionale di Claudio Boccaccini, che ha curato la traduzione e l’adattamento insieme a Eleonora Di Fortunato, titilla l’interesse e la curiosità del pubblico, restituendo al testo la connotazione originaria di giocosa commedia che le aveva conferito il suo autore e che il primo allestimento di Kostantin Sergeevič Stanislavskij aveva sovvertito, facendo da caposcuola a tutti i successivi.

Scritta da Čechov nel 1903 ispirandosi a vicende familiari e personali, a pochi mesi dalla morte, la pièce rappresenta, attraverso le molteplici relazioni che intercorrono tra i componenti di una aristocratica famiglia e il contesto umano che le ruota intorno a scopo amicale o speculativo, un’istantanea sulle dinamiche sociali che stavano attraversando l’universo della società russa col disfacimento dei presupposti che fungevano da impalcatura alla nobiltà, corrosi dall’avanzare del potere economico dei villici servitori emancipati con l’abolizione del sistema feudale del 1861 e della nuova borghesia.

Questi aspetti, che hanno indotto Stanislavskij a privilegiare l’ottica di dramma storico-sociale, venivano affrontati, invece, da Čechov con comica e ironica leggerezza, rappresentando un microcosmo come metafora della condizione umana e puntando l’occhio disincantato sull’ineluttabilità di un ciclo destinato a esaurirsi.

Boccaccini porta in scena un testo agile, notevolmente ridotto, un atto unico vivace in cui si condensano, senza sbavature, sentimenti amorosi, affetti filiali, contadini arricchiti e studenti rivoluzionari intercalati dal leitmotiv dell’incombente scadenza del termine dell’asta di vendita della tenuta che l’imperturbabile Lopachin ricorda costantemente alla proprietaria Ljuba, tornata da Parigi più addolorata per la disgrazia di aver perso il figlio che per l’imminente perdita della proprietà e il ribaltamento del suo ruolo sociale. La levità con cui la donna affronta il pur traumatico cambiamento di status, paradigma della rivoluzione politica e sociale del Paese con l’emancipazione dei servi della gleba, permea i dialoghi e i comportamenti di tutti i suoi ospiti.

Un idillio rurale dal ritmo veloce in cui il pathos del momento storico si stempera nell’ineluttabile evolversi degli eventi privati.

L’allestimento è essenziale, perfino privo di orpelli scenografici, in cui l’ambientazione è delineata da alcune sedie ricoperte all’inizio da drappi bianchi e bauli e valige sparse che fungono da arredamento, accumulati nel finale al centro del palcoscenico, riappropriandosi della precipua funzione di contenitori delle poche cose rimaste a Ljuba mentre si avvia verso il suo oscuro destino.

Il disegno luci di Alessandro Pezza definisce l’architettura delle quinte di teli bianchi (di Manuela Alessi) trascolorando dalle cupe tonalità notturne ai rossi bagliori dell’alba.

Bravi tutti gli interpreti nel dare profondità e spessore ai loro personaggi, da Silvia Brogi eterea e inconsapevole Ljuba che tutto sacrifica all’amore ad Antonio Conte pragmatico e lungimirante Lopachin e Andrea Lolli (il fratello Gaiev), Alessia Navarro (la figlia adottiva Varja), Malvina Ruggiano (la figlia Anja), Massimo Cardinali (Iascia), Simone Crisari (lo studente Trofimov), Alfonso Di Vito (il proprietario terriero Pisc’cik), Beatrice Gregorini (la governante Duniascia), Francesca Grilli (Charlotta), Fabio Orlandi (Iepichodov), Maurizio Greco (il maggiordomo Firs).

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