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Una vedova allegra ma non troppo

Stefano L. Borgioli
Ultima modifica: 23 Maggio 2018 10:56
Stefano L. Borgioli
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2019
Marlis Petersen (Hanna) ©Monika Rittershaus
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Marlis Petersen (Hanna) ©Monika Rittershaus

Si apre il sipario. Marlis Petersen siede sola in un camerino. Un’attrice pensosa in una pausa fra una ripresa e un’altra. Attacca la musica cristallina e morbida dell’ouverture, il palco ruota e ci si trova catapultati nel tourbillon del ricevimento all’ambasciata di Pontevedro. Walzer. Turbinare di vestiti scintillanti e di smoking. La nuova Vedova Allegra che va in scena all’Opera di Francoforte subito si frammenta come le immagini rimandate da un prisma.

Claus Guth (già artefice a Francoforte di un malinconico Rosenkavalier) rielabora con maestria il capolavoro di Lehár, trasporta l’azione sul set dove si girano le riprese di una Vedova Allegra anni ’30 e confeziona uno spettacolo poliedrico ed elettrizzante. Questa Vedova Allegra si gioca su piani diversi. L’azione cinematografica si alterna alla vita reale e si cambia continuamente fra i sentimenti recitati del film e le autentiche passioni degli attori in carne e ossa. In questo gioco di specchi rimane sempre un livello di ambiguità e non si capisce se il copione del film parli di passioni vere o simulate.

Marlis Petersen (Hanna) ©Monika Rittershaus

Come Danilo e Hanna, i due attori che li interpretano si sono già conosciuti in una vita precedente e adesso riallacciano un rapporto. All’inizio perplessi e molto soli. Lei pensosa, non più giovanissima e tutt’altro che allegra. Lui perso fra disincanto e stravizi (“O Vaterland…Da geh’ ich zu Maxim” cantata in camerino attaccato alla bottiglia). Da lì inizia una schermaglia, un duello di attese e ripicche fino alla felice conclusione (splendida “Lippen schweigen”). Intanto il palco continua a ruotare fra il set cinematografico e il mondo reale creando continuamente prospettive e piani diversi.

Marlis Petersen (Hanna) e Iurii Samoilov (Danilo) ©Monika Rittershaus

Questo teatro nel teatro non delude le attese del pubblico. Anzi. È uno spettacolo intelligente e curato che, moltiplicando le dimensioni, valorizza il libretto finissimo di Victor Léon e Leo Stein. Si intuisce facilmente un gran lavoro di preparazione e, grazie alle scene e ai costumi di Christian Schmidt, alcuni colpi d’occhio sono strepitosi. Magnifico lo sguardo sul “Ballsirenen” e sul cabaret delle Grisettes del Maxim, otto ballerine che offrono scatenati numeri di danza e lanciano ondate di civetteria e seduzione verso la platea. Ma ballano tutti in questa Tanzoperetten. Walzer, mazurka e polka. Si balla tanto e lo spettacolo acquista velocità col passare del tempo, diventando vorticoso nel finale.

Da sinistra a destra Comparse della Oper Frankfurt, Martin Mitterrutzner (Camille) e Kateryna Kasper (Valencienne)
©Monika Rittershaus

Al di là dei suoi notevoli meriti, lo spettacolo di Guth funziona anche perché ci sono due autentiche prime donne, una sul podio e l’altra sul palco. L’opera di Francoforte consegna la bacchetta alla giovane direttrice Joana Mallwitz, un astro nascente del firmamento musicale tedesco. Mallwitz fa risplendere la musica di Lehar, semplice ma efficace, un motore di brio che rallegra lo spirito per tutti e tre gli atti. Splendida Marlis Petersen nei panni disgiunti di Hanna Glawari e dell’attrice che la impersona. Il soprano tedesco padroneggia con maestria la tessitura ampia della parte, indulge e incanta senza forzare e restituisce col linguaggio del corpo tutti i dubbi e le speranze del personaggio. Deliziosa quando canta “Es lebt eine Vilja” in costume balcanico. Iurii Samoilov, seduttore avventato e un po’ perso dalla bella voce baritonale, è la sua degna controparte. Funziona bene anche la coppia Valencienne e Rosillon, portati in scena da Kateryna Kasper e Martin Mitterrutzner. Vocalmente brillanti, pure loro sono presi da passioni che non conoscono il confine fra copione e realtà. Bene anche i comprimari, fra cui spicca la superba performance di Klaus Haderer nei panni del regista cinematografico stressato.

Pubblico in visibilio e applausi frenetici alla fine con le grisettes, che bissano il Cancan sul proscenio.

—————

SCHEDA

DIE LUSTIGE WITWE (La vedova allegra)

Franz Lehár 1870-1948

Operetta in tre atti

Libretto di Victor Léon e Leo Stein basato sulla commedia “L’Attaché d’ambassade”(1861) di Henri Meilhac

Prima rappresentazione 30 dicembre 1905, Theater an der Wien, Vienna

Sottotitoli in tedesco e inglese.

Clip https://www.oper-frankfurt.de/de/mediathek/?id_media=154

Direzione: Joana Mallwitz

Regia: Claus Guth

Scene e costumi: Christian Schmidt

Luci: Olaf Winter

Coreografie: Ramses Sigl

Direttore del coro: Tilman Michael

Graf Danilo Danilowitsch: Iurii Samoilov

Hanna Glawari: Marlis Petersen

Baron Mirko Zeta: Barnaby Rea

Valencienne: Kateryna Kasper

Camille de Rosillon: Martin Mitterrutzner

Vicomte de Cascada: Theo Lebow

Raoul de St. Brioche: Michael Porter

Bogdanowitsch: Gordon Bintner

Sylviane: Elizabeth Reiter

Kromow: Dietrich Volle

Olga: Maria Pantiukhova

Pritschitsch: Franz Mayer

Praskowia: Margit Neubauer

Njegus: Klaus Haderer

Coro e comparse della Oper Frankfurt

Frankfurter Opern – und Museumsorchester

Teatro Argentina, il successo di “Ragazzi di vita” di Pasolini
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