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Intervista al regista Michele Diomà

Ines Arsì
Ultima modifica: 22 Luglio 2019 16:30
Ines Arsì
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Michele Diomà
Michele Diomà
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Michele Diomà
Michele Diomà

Ha diretto Sweet Democracy, l’ultimo film con Dario Fo dedicato alla libertà di informazione ed è un astro nascente del cinema, il regista Michele Diomà. Il suo primo cortometraggio, L’ultimo sogno di Howard Costello, partecipa nel 2013 alla ventottesima edizione del Festival del cinema italiano di Nizza e Rai News 24 dedica al progetto uno speciale. Al suo documentario, Born in the U.S.E. – Nato negli Stati Uniti d’Europa, presentato in anteprima mondiale al Festival internazionale del cinema di Guadalajara in Messico nel 2015 e trasmesso da RAI CINEMA channel, partecipano Francesco Rosi, Giuseppe Tornatore, Luis Bacalov e il produttore Donald Ranvaud.

Adesso presenta, per la ventunesima edizione del Napoli Film Festival, rassegna cinematografica che si svolgerà dal 23 al 30 settembre 2019, Dance again with me Heywood!, con il premio Oscar James Ivory.

Noi abbiamo in regalo per voi due immagini ancora inedite di questo film, ambientato a Manhattan, che promette grandi emozioni e vi proponiamo un’intervista veramente densa di riflessioni importanti che questo grande artista ci ha rilasciato.

———

Michele Diomà, la sua carriera di regista è caratterizzata da opere che hanno sicuramente un riferimento importante nella storia del grande cinema italiano, ma sembrano trarre forte spinta propulsiva anche da influenze internazionali; quali sono le pellicole che hanno avuto più significativo impatto sulla sua crescita personale come uomo e come artista?

Il primo di novembre del 1993 avevo 10 anni e vidi per la prima volta in TV “Amarcord” di Federico Fellini, che era deceduto da poche ore e che io non avevo mai sentito nominare. C’era qualcosa in quel racconto, in quella fotografia, in quelle atmosfere mostrate nel film, che mi tennero quasi in uno stato di ipnosi davanti al piccolo televisore della mia cameretta, fu un tale shock quella visione che non dormii tutta la notte e l’indomani non andai a scuola fingendo di stare male. L’indomani, senza sapere cosa fosse una sceneggiatura, aprii un quaderno ed iniziai a scrivere il mio “Amarcord”, un progetto di un film che un giorno avrei girato. Andò tutto come racconta Pablo Neruda nella poesia intitolata “La poesia” ecco un link per leggerla: https://www.libriantichionline.com/divagazioni/pablo_neruda_la_poesia

Che cosa significa oggi essere un regista in Italia e in Europa?

Significa essere un portavoce del potere politico, a parte rare eccezioni. Mi dispiace dirlo, ma in questo momento in particolare in Italia il cinema non è libero. Io credo che il cinema debba tornare ad avere l’autorevolezza del passato, quando erano i politici ad avvicinarsi con sudditanza ai registi e non il contrario. Basterebbe anche rapportarsi alla pari tra politica e cinema, ma ciò non avverrà finché i registi accetteranno di prostituire il cinema per scopi elettorali e quindi per tutelare interessi personali e non collettivi.

Ci racconta che clima ha respirato negli Stati Uniti, dove ha diretto Dance again with me Heywood?

New York, dove ho girato il mio primo film in lingua inglese, è una dimensione creativa “open” non ci sono pregiudizi, l’America ti dice: “Hai un’idea? Ok, parliamone e realizziamola insieme!”, su questo punto l’Italia è al Medioevo.

In un periodo di grandi stravolgimenti epocali come quello attuale, quali progetti cinematografici vorrebbe realizzare?

Il cinema è imprevedibile come la vita! Magari lavori per anni ad una sceneggiatura e poi le circostanze ti portano in pochi mesi su un set di un film che non avresti mai immaginato di girare. Ho molti progetti in mente, vedremo, ma in ogni caso saranno film che proveranno a parlare al mondo.

Produrre e creare cinema oggi rappresenta uno specifico impegno sociale?

Il cinema è sempre stato impegno sociale, dai tempi di Georges Méliès. Oggi nel mio caso sì, ma anche per quanto concerne i registi di regime, loro lavorano affinché nulla cambi, mentre io ho l’ambizione di cambiare tutto, e se non ci riuscirò io, sarà il pubblico a decretare la loro fine, cosa del resto che già ha fatto, almeno in Italia, anche se grazie al “doping” del finanziamento pubblico certi “produttori” continuano ad esistere.

Lei ha collaborato con grandi personaggi del nostro cinema e del nostro teatro contemporaneo. Cosa ha lasciato ciascuno di loro nel suo bagaglio artistico?

Personalità come Francesco Rosi, Dario Fo, Donald Ranvaud e recentemente James Ivory mi hanno fatto comprendere che è sempre necessario per un artista scoprire territori stilistici inesplorati. Ciascuno di loro ha creato un linguaggio nuovo.

Michele Diomà e James Ivory
Michele Diomà e James Ivory

Lei afferma di voler proporre, con il suo lavoro, un nuovo cinema italiano. Vuole raccontarcelo?

La New York Neorealism Factory è un team di lavoro internazionale, ma che preserva l’essenza della grande tradizione del Neorealismo, quindi autori al centro del cinema e non più, solo, mercenari dell’industria. La mia idea è quella di creare un cinema Made in Italy dal profilo multiculturale. Un percorso inaugurato dal film che abbiamo girato a Manhattan con il premio Oscar James Ivory “Dance again with me Heywood!”, ma andremo avanti!

Secondo lei il cinema è ancora uno strumento di comunicazione in grado di dialogare col pubblico e accendere dibattito, riflessione? O lo reputa più uno strumento di sua indagine interna e personale nel percorso di crescita artistica?

Accade molto raramente ormai che un film sia al centro del dibattito pubblico, ma questa situazione e una conseguenza del fatto che il cinema non ha più una credibilità culturale ed una voce autonoma. In passato il cinema italiano è stato anche indagine civile, oggi è nel migliore dei casi illustrazione di fatti già noti.

P.S. Leggendo questa intervista, potrà sembrare catastrofica la situazione del cinema italiano, ed infatti lo è, ma vediamo l’aspetto positivo, quando ci sono le macerie non resta che ricostruire tutto.

Intervista a cura di Ines Arsì

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