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Re Chicchinella

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 3 Novembre 2025 13:05
Tania Turnaturi
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ph Masiar Pasquali
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La fiaba di Giambattista Basile inaugura la stagione al Teatro Argentina di Roma

La regista Emma Dante continua a riproporre il patrimonio culturale del “padre delle fiabe moderne” Giambattista Basile, dopo La Scortecata e Pupo di zucchero.

Le narrazioni di Basile, ambientate in borghi e palazzi del Sud Italia e destinate alla lettura di gruppo, alla recitazione e alla conversazione cortigiana, rivivono attraverso un’esperienza immersiva di arte, teatro e musica, proiettando il pubblico nella cultura seicentesca in chiave contemporanea.

Lo scrittore campano, di cui ricorrono i 450 anni dalla nascita e i 390 anni dalla prima pubblicazione del suo capolavoro Lo Cunto de li Cunti, fu il primo a trascrivere le fiabe tramandate oralmente, fondando un genere letterario che influenzò figure come Perrault e i fratelli Grimm.

La ricerca artistica della regista sulla commistione di linguaggi espressivi tra teatro, movimento, musica, memoria popolare e cultura dialettale, dalla Sicilia al contesto napoletano, si completa con lo spettacolo corale Re Chicchinella, libero adattamento dalla fiaba “Lo trattenemiento de peccerelle” che gioca con l’assurdo, la comicità e la tragedia, in cui lo stretto dialetto napoletano seicentesco accentua l’origine magica della fiaba.

Protagonista è un Re. Carlo III d’Angiò re di Sicilia e di Napoli, principe di Giugliano, conte d’Orleans, visconte d’Avignon e di Forcalquier, principe di Portici Bellavista, re d’Albania, principe di Valenzia e re titolare di Costantinopoli (sic!), durante una battuta di caccia, dopo un impellente bisogno corporale, si pulisce con le piume di una gallina che giace in un angolo. Il volatile è vivo, e si introduce nel deretano del re fino alle budella e a nulla valgono i tentativi dei servi per espellerlo. Il re defeca uova d’oro tra atroci dolori, poiché l’animale si nutre delle sue viscere.

Sprofondato nello sconforto, rifiuta gli abiti regali e la corona contorcendosi nel tentativo di liberarsi del corpo estraneo, che rappresenta invece per la famiglia e la corte un’inaspettata ricchezza. Il re resiste a sollecitazioni e blandizie della gelida moglie, della figlia viziata e dei cortigiani, digiunando nella speranza che la gallina muoia.

Dame e servi gli volteggiano intorno ingurgitando cibo e bevande, che sputano e spandono intorno con voluttà, per indurlo a mangiare e depositare le preziose uova. Dopo tredici giorni accetta di nutrirsi di un’oliva e una fetta biscottata, giusto per sopravvivere.

Inesorabilmente iniziano le spasmodiche convulsioni, la pancia si gonfia e ondeggia, il corpo è attraversato da spasmi irrefrenabili. Un servo tenta di estrarre la gallina con le pinze facendo volare piume tutt’intorno, senza esito. Privo di energie, l’uomo, si accascia e giace esanime. Intorno al corpo la corte inizia la veglia funebre, disponendo sedie a formare un recinto sormontato da una croce blu, dentro il quale spunta una gallina bianca, che razzola depositando preziose uova d’oro.

Emma Dante mette in scena la magia della favola morale con una visionarietà sontuosa e grottesca, sostenuta dalla performance dell’intero cast. La cifra stilistica della regista esplica il messaggio attraverso i corpi: quello dei cortigiani dalle grasse cosce di pollo che intrecciano danze circolari sulle note della musica barocca, ma soprattutto il corpo del re, vestito solo di una lunga gonna ondeggiante che scaglia via in un violento spasmo di dolore e disperazione.

Il re è nudo, privo di orpelli reali e di dignità, mentre moglie e figlia e cortigiani, ipocriti e opportunisti, sono assaliti dalla cupidigia e la regina discetta sulla superiorità del cibo francese rispetto a quello napoletano mentre il re le rimprovera di essere stitica di sentimenti.

Grottesco e tragico si fondono, sopraffazione e sofferenza sono le due facce della perdita di dignità, il contesto è un universo di gallinacci famelici e irrispettosi.

La metafora del cunto è esplicita: la sofferenza di uno nutre l’avidità di molti, precipitando in un incubo irreale di aridità affettiva e perdita di autorità: “Un Re senza cavallo che cos’è?”. “Un pedone” risponde un servo mentre le damigelle ridono.

La soluzione è la morte. “Bisogna morire” è il refrain che cantano insistentemente in coro.

La performance di Carmine Maringola è strepitosa nell’uso del dialetto napoletano antico e del corpo che ondeggia intorno a una lunga gonna increspata. Esprime a torso nudo una fisicità aspra e icastica che si contrae e si espande, in un’alchimia di sofferenza di corpo e spirito che non suscita compassione ma arcaica e selvaggia cupidigia, sulle note di musiche barocche, come Lascia ch’io pianga di Georg Friedrich Händel, fino alla Passacaglia della vita (Bisogna morire) di Stefano Landi.

Potentemente evocativa, la regia della Dante coniuga grottesca visionarietà e tragico lirismo con un ritmo vorticoso di danze e movimenti scenici dell’intero cast: Angelica Bifano, Annamaria Palomba, Davide Mazzella, Simone Mazzella, Stephanie Taillandier, Viola Carinci, Davide Celona, Roberto Galbo, Enrico Lodovisi, Yannick Lomboto, Samuel Salamone, Marta Zollet.

Sul nero fondale risaltano i costumi esteticamente realistici delle galline dalle grasse cosce, dai becchi gialli e dai rossi bargigli, della stessa Emma Dante assistita da Sabrina Vicari, sotto le luci di Cristian Zucaro.

Annota Emma Dante: “Re Chicchinella racconta la storia di un re malato, solo e senza più speranze, circondato da una famiglia anaffettiva e glaciale che ha un solo scopo, ricevere un uovo d’oro al giorno. L’animale vive e si nutre, divorando lentamente le viscere del re, fino a quando non si scopre che per il mondo il re e la gallina sono la stessa cosa. Dopo tredici giorni d’inedia, Re Carlo III d’Angiò, re di Sicilia e di Napoli, principe di Giugliano, conte d’Orleans, visconte d’Avignon e di Forcalquier, principe di Portici Bellavista, re d’Albania, principe di Valenzia e re titolare di Costantinopoli, entra nella sua nuova esistenza e, appollaiato sul trono, riceve il plauso di tutta la Corte.”

Tania Turnaturi

 

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