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Teatrionline > Blog > Recensioni/Articoli > Un’opera da tre soldi più contemporanea che mai 
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Un’opera da tre soldi più contemporanea che mai 

Erika Di Bennardo
Ultima modifica: 11 Febbraio 2022 09:43
Erika Di Bennardo
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1602
Rocco Papaleo, Fausto Paravidino, Romina Colbasso, Marianna Folli, Iris Fusetti, Davide Lorino, Daniele Natali, Teatro stabile di Bolzano
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 Andato in scena al Teatro Celebrazioni dal 04 al 05 febbraio  

Cosa vuol dire rappresentare un’opera politica di Bertolt Brecht ambientandola ai giorni nostri? Sicuramente avere molto coraggio, secondo poi idee vincenti e significative. Tutte prerogative che Fausto Paradivino, autore, regista e anche interprete di Peachum, un’opera da tre soldi, ha. 

Rappresentata per la prima volta a Berlino nel 1928, la pièce assicurò a Brecht il successo mondiale. Melodramma grottesco e straniante di matrice epica, il testo viene rimodellato da Paradivino con un risultato molto interessante. 

Dalla fumosa Londra degli anni ’20 del secolo scorso si passa così ad una nebbiosa ed anonima cittadina del Nord Italia oggi. Le piaghe sociali e politiche annientano un contesto cittadino articolato dove chi non è sfruttato è sfruttatore, e tutti sopravvivono con un solo, unico desiderio: il Dio denaro. 

Così Peachum, interpretato da un grande Rocco Papaleo, non è più il capo di una banda di mendicanti ma un commerciante di giorno e “assolda immigrati” di notte. Mercanteggiando in strada i suoi articoli per pochi spiccioli, questi uomini vivono ai margini di una società che finge di tollerarli. Prede e vittime di una banda di naziskin capitanati da Mackie (lo stesso Paradivino). Destreggiandosi fra derelitti, ladri e prostitute, Mackie incontra la figlia di Peachum, Polly (Romina Colbasso), e se ne innamora. 

Gli equilibri si rompono e i due mondi così (forse solo apparentemente) lontani di Peachum e Mackie si scontrano. Ma chi sono i veri cattivi? Se ad inizio spettacolo tutto appare chiaro e lineare, con il dipanarsi degli eventi dubbi e perplessità emergono e il confine fra buoni e cattivi si assottiglia sempre di più, soprattutto con il comparire di personaggi come il sindaco, donna sfrontata e pesantemente moralista, (poi si scoprirà) amica di vecchia data dello stesso Mackie. 

Nella messa in scena di Paradivino la dimensione musicale della drammaturgia originale firmata da Kurt Weill diventa ora sottofondo ora intermezzo strumentale. Due chitarre elettriche suonate dagli stessi attori ai lati del palco delimitano la scena e si fanno portatrici di atmosfere punk. 

La fumosa e sporca città in penombra si alterna così, nelle scene di Laura Benzi, all’interno di casa Peachum, pareti bianche e lampade al muro.

L’ordine e il controllo così amati da Peachum, secondi solo al denaro che lo divora da dentro, vengono capovolti in un vortice che interpella, sul finale, gli stessi spettatori. Cos’ha portato Mackie alla violenza? Si possono perdonare azioni deprecabili? Considerando il delinquente solo come il capro espiatorio di un mondo corrotto e apparentemente benpensante? 

La maggior parte della platea bolognese risponde di no, certo è che i motivi di riflessione son tanti e non si può che rendere grazie a Paradivino per aver brillantemente (e anche satiricamente a tratti) attualizzato un capolavoro che si dimostra essere senza tempo. 

                                                                                                                                                  

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