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Teatro Lo Spazio, Anna Cappelli

Redazione Roma
Ultima modifica: 10 Novembre 2022 11:10
Redazione Roma
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La precoce morte di Annibale Ruccello ha reso questo testo l’ultimo del talentuoso e innovativo drammaturgo del panorama teatrale italiano degli anni Ottanta. Nella sua breve vita è riuscito tuttavia a tracciare un segno profondo nella drammaturgia italiana grazie al retaggio degli studi di antropologia e della lingua napoletana, omaggiato fin dalla sua scomparsa nel 1986 dall’attenzione costante di attori, registi, studiosi e spettatori.
L’acuta sensibilità per le dinamiche emotive e la percezione dei cambiamenti sociali degli anni ’60 hanno consentito a Ruccello di indagare l’animo femminile negli aspetti drammatici della quotidianità vissuta in solitudine, da cui trapelano passioni represse e sentimenti irrazionali che virano tra verità e menzogna, disegnati dall’autore con realismo grottesco e allucinato.

Il viaggio interiore di Anna Cappelli verso gli oscuri recessi della psiche inizia mangiando.
In una disadorna camera in affitto Anna sembra trovarsi in trincea, in lotta con il mondo. Vive a Latina presso l’insopportabile signora Tavernini nella casa invasa dai gatti e dal puzzo di pesce bollito, lontano dalla famiglia dalla quale non torna perché la sua camera è stata assegnata alla sorella Giuliana che si è fidanzata e l’altra sorella è una scansafatiche.
Lavora in un ufficio pieno di scartoffie polverose sognando un riscatto che, nello scorcio degli anni del boom economico, era rappresentato da un matrimonio borghese con un uomo benestante che ponesse fine ai patimenti e alle frustrazioni.

L’incontro col ragionier Tonino Scarpa, ricco e solo, è per Anna un miraggio, e ne interpreta come note distintive perfino i piccoli difetti. La donna accetta la convivenza, contravvenendo alle convenzioni borghesi dell’epoca e alle aspettative della famiglia, ma prendere finalmente possesso di una grande casa vale il sacrificio della rinuncia al matrimonio e alla perdita di rispettabilità presso la società benpensante. Quest’apparente felicità viene disintegrata quando il ragioniere le annuncia di lasciarla per trasferirsi in Sicilia. Ciò è inaccettabile, ha investito troppo in questo legame, la casa è sua, Tonino è suo e solo suo. E lo sarà per sempre. La frattura interiore la spinge al gesto estremo e definitivo, e il bisogno viscerale di affermazione e di possesso la induce a non privarsi del corpo di Tonino: lo mangerà pezzo per pezzo e non butterà nemmeno le ossa, adoperandole come candele per illuminare la casa.

Anna è ossessionata da ciò che non ha: non ha famiglia, non ha affetti, non ha una casa, non ha amici. Si crea interlocutori immaginari con cui discute e si arrabbia in un monologo incessante farcito dall’aggettivo “mio” ripetuto compulsivamente, ossessionata dalla necessità di possedere. Fino a che il possesso sfocia nella follia distruttiva e tribale in cui, svaniti i sogni, restano solo il famelico desiderio di fusione e l’istinto di sopravvivenza, riappropriandosi della sua vita, della sua casa, del suo uomo. E la pièce si conclude come era iniziata, mangiando.

La potenza e la naturalezza della scrittura rendono lo spettatore partecipe degli eventi descritti da Anna, con la sensazione di raccoglierne le confidenze, raccontate ora con fare suadente sillabando le parole, ora con tono stridulo e straniante. La traboccante fisicità dell’attrice Olimpia Alvino, esibita senza pudori in un fasciante miniabito nero, e mostrata a tutto tondo in un esibizionistico tentativo di affermazione di sé, rende ancor più tangibile l’assenza di freni inibitori di Anna verso la morale imperante.

La scenografia essenziale è fortemente simbolica della centralità dell’io di Anna in tutta la vicenda. Un grande letto al centro della scena su cui pende un crocifisso di legno e due cavalletti laterali su cui la donna alterna cartoncini con disegni e scritte che rimarcano il suo bisogno di possesso correlato ai discorsi che va snocciolando: “Dammi oggi il mio pane quotidiano”, “La mia casa”.
La regia di Geppi Di Stasio affida alla fisicità e alla cadenza vocale dell’interprete la valenza del messaggio dell’autore. Le luci di Marco Pratesi cadenzano la progressione degli eventi.

Tania Turnaturi

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