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Teatrionline > Blog > Milano > TORQUATO TASSO Una discesa nel verso di Phoebe Zeitgeist
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TORQUATO TASSO Una discesa nel verso di Phoebe Zeitgeist

Lavinia Laura Morisco
Ultima modifica: 29 Novembre 2022 12:47
Lavinia Laura Morisco
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TORQUATO TASSO Una discesa nel verso di Phoebe Zeitgeist

Un trip errante alla ricerca di sè

Il Torquato tasso di Phoebe Zeitgeist è stato presentato in prima Nazionale al Teatro Elfo Puccini di Milano dal 18 al 27 novembre 2022, con la regia di Giuseppe Isgrò e l’interpretazione dell’attore Daniele Fedeli. Il 22 novembre si è tenuto anche un incontro sul volume “Promisqua. Conversazione con Phoebe Zeitgeist” di Diego Vincenti, pubblicato dalla nuova casa editrice Spring e primo libro sul lavoro della compagnia.Non è certo un caso se Phoebe Zeitgeist abbia scelto il Torquato Tasso di Goethe per parlare del Tasso. Dalla passione dichiarata e palesata per la lingua tedesca e dallo studio intenso del Torquato Tasso di Goethe – un dramma psicologico in 5 atti scritto dal poeta nel 1790 e già incontrato nel percorso di studi anni fa dal regista di Phoebe Giuseppe Isgrò – nasce lo spettacolo TORQUATO TASSO una discesa nel verso, nella musicalità dei versi del testo dell’autore tedesco.

Come un alfiere che gioca con i suoi avversari su una scacchiera quadrettata di materia onirica – è una scacchiera di tessuti colorati (?)- si aggira il Tasso (Daniele Fedeli): una mina vagante pronta a esplodere. Dentro una scena profonda e stratificata come una scatola cinese apribile e dentro cui si può cadere – precipitare giù (negli inferi!) – il poeta è letteralmente a “pezzi”. Come schegge impazzite, i frammenti dell’io si moltiplicano, attraversando un delirio psichico di evocazione quasi dostoevskijana.
L’inferno sono gli altri, diceva Jean Paul Sartre, “io sono posseduto dall’altro; lo sguardo d’altri forma il mio corpo nella sua nudità, lo fa nascere, lo scolpisce, lo produce. L’altro possiede un segreto: il segreto di ciò che io sono” (Sartre). L’esistenza degli altri è quindi alienante, poichè l’altro, attraverso il suo sguardo, è il fondamento dell’essere del soggetto. Prendo in prestito questo concetto da “L’essere e il nulla” di Sartre per parlare della storia del poeta Tasso e della sua relazione con gli altri alla corte di Alfonso II D’Este nello spettacolo di Phoebe Zeitgeist. Tasso è diventato gli altri oppure è diventato quello che gli hanno fatto credere di essere:un pazzo. Per aver lanciato delle ingiurie contro il Duca di Ferrara, il poeta venne rinchiuso nell’Ospedale di Sant’Anna nel 1579 e internato nel reparto riservato ai pazzi furiosi, rimanendovi per ben sette anni.
C’è chi ha interpretato la sua pazzia come un’invenzione dal Duca d’Este e chi, vi ha visto una mascheratura del Tasso, legata alla sfera sessuale.
Il binomio essere e apparire, essere e non essere, si sprigiona da una lotta che, dalla corte estense, si è traslata in una lotta interiore con sè stesso, un sè stesso che non esiste più: Tasso è all’inferno oppure è l’inferno: gli altri, appunto. Per questo è alla disperata ricerca di sè: si mette a nudo, si trasforma, si traveste, si specchia, si fa a brandelli, si ridicolizza, ride, sorride, soffre e si lamenta, come un violino scordato.

Lo spettacolo diventa una preghiera a dio dai ritmi post-punk quando gli Shellac pregano “Fucking Kill him (…)fucking kill them already” nel brano Prayer to God, inserito con strategia e stile all’interno dello spettacolo.
Daniele Fedeli come Tasso o Tasso come Daniele Fedeli (?) (Tasso indossa una maglia con su scritto – Fedeli Ita). Daniele Fedeli come Syd Barrett dentro un viaggio psichedelico alla Pink Floyd: siamo dentro un trip vertiginoso da LSD, che procede per immagini e per suoni . La moltiplicazione e la frammentazione dell’identità si manifesta in duplice prospettiva: a livello visivo viene replicata nello sfaldamento dell’io che si esplica nelle immagini proiettate sullo schermo, nella “discesa nel verso” del testo di Goethe – che viene proiettato sullo schermo in lingua originale – e negli oggetti di scena, che diventano il correlativo oggettivo di ogni personaggio; a livello sonoro. Vale la pena spendere alcune parole sull’uso del suono e della voce all’interno dello spettacolo. Torquato Tasso di Phoebe Ztegeist è anche una partitura sonora per voce e respiri: come un termometro delle emozioni, misura la temperatura interiore e quella che si sprigiona nella relazione con i personaggi, interpretati con maestria da un istrionico Daniele Fedeli. L’attore modula i registri vocali conquistando il pubblico e ammaliandolo. L’elemento vocale e sonoro seduce e ipnotizza come se avessimo assaggiato una pozione a base di oppio e pulsione erotica. Il Tasso di Fedeli ha una componente erotica molto forte e sensuale, da eros – amore, l’amore per Leonora, sorella del Duca d’Este, colei che ha premiato il poeta, intrecciando una corona d’alloro,
intessuta dalle sue stesse mani e che ha suscitato la gelosia del segretario di corte, Antonio
Montecatino, il quale riesce a provocare la sucettibilità del Tasso, che lo sfida.
La seconda parte dello spettacolo è infatti un duello, uno scontro verbale con Antonio e fisico con il pubblico. Un monologo polivocale dal ritmo incalzante e difficile, con l’uso di effetti sulla voce di Antonio che diventa metallica e doppia in contrapposizione alla voce ferma di Tasso. La situazione si capovolge, Tasso è tornato in sè e torna tra noi, sedendosi in mezzo alla sala. La libertà di spirito di Tasso è stata improgionata: “anche un uomo libero si confonde e resta prigioniero di sè stesso”. “Lasciatemi esitare” ripete il poeta nel corso dello spettacolo. Resta il concetto poetico ariostano del vivere la vita come eterno vagare, errare e perdersi.
Non basterebbe il capitolo di un libro per parlare della complessità e del lavoro non convenzionale che trapela dalla messa in scena del TORQUATO TASSO una discesa nel verso di Phoebe Zeitgeist. Uscendo dalla sala dell’Elfo Puccini ancora echeggia nelle orecchie la metamorfosi vocale di un giovane e abilissimo Daniele Fedeli e ancora, si susseguono come fotogrammi della mente le sue pose quasi scultoree impastate
di una buona dose di modernità.
Lavinia Laura Morisco

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