La compagnia bellunese in scena a Roma
FAMILIE FLOZ: FESTE
Un’opera di Andres Angulo, Björn Leese, Johannes Stubenvoll, Thomas van Ouverkerk, Michael Vogel
con Andres Angulo, Johannes Stubenvoll, Thomas van Ouverkerk
Maschere Hajo Schüler
Set Felix Nolze, Rotes Pferd
Costumi Mascha Schubert
Musica Maraike Brüning, Benjamin Reber
Una produzione di Familie Flöz
In coproduzione con Theaterhaus Stuttgart, Theater Duisburg, Theater Lessing Wolfenbüttel
Al Teatro Sala Umberto (Roma) dal 2 al 6 gennaio.
La storia della compagnia berlinese, con spettacoli rappresentati in 34 nazioni diverse, ha una storia consolidata a livello internazionale. Il tratto unico e distinguibile della loro originalità è rappresentato dall’utilizzo di umanissime e tragicomiche maschere, vero e proprio simbolo delle loro rappresentazioni teatrali.
Tutto nasce e si suggella con l’esperienza degli anni a venire nella Berlino del 1994, nella quale un gruppo di studenti della scuola del corso di mimo, con Pina Bausch nel corpo docenti, ha l’intuizione di fabbricare queste maschere, per mezzo delle quali improntare una nuova forma di espressione creativa. L’atto simbiotico tra maschera e attore che prende forma e visione nei loro spettacoli si avvale dell’abile commistione di svariate forme d’arte: il teatro di maschera, di figura, la clownerie, la danza, l’acrobazia, magia e improvvisazione. Le micro-vicende di padroni e sottoposti si svolgono e consumano nel cortile interno di una villa padronale, durante la celebrazione di un matrimonio.
La villa con vista sul mare ha un cortile disordinato e sporco. La servitù, nel tentativo di preservare la propria dignità, cerca di venire incontro alle esigenze dei capi. Sorvegliare, pulire, ordinare, preparare l’accoglienza dovuta, cucinare, servire devotamente. Si profila la solita gerarchia, almeno fino a quando non compare nel cortile una giovane donna incinta con zaino sulle spalle, graziosa e disposta a offrire aiuto. Il panico dato dalle indecisioni e dalla goffaggine di chi si sente sempre sotto esame, lascia cautamente il posto ad una maggiore flessibilità comportamentale. Se la festa è all’interno, la vita vera che strada facendo si fa più umile, viene celebrata all’esterno e assume i contorni della fiaba gentile.
L’umorismo lunare e a tratti slapstick, si accompagna devotamente ad una rappresentazione connaturata da una piacevole dose di realismo magico alla Kaurismaki (i riferimenti cinematografici che si evincono sono maggiori di quelli teatrali). Si sorride nell’affossamento degli schemi perpetuati con esibita nonchalance. Le gag, morbide e a momenti concitate, si reiterano in maniera risaputa e onestamente si segue il filo soprattutto grazie alla bravura mimica degli interpreti e all’esaltazione della morfologia espressiva di quelle fantastiche maschere, unita alle gestualità di corporature che si aprono ad acrobazie posate accomodanti, per motivare i subbugli, le agitate seduzioni di sorta e le logiche rivolte interne. In questo, soggiace l’impronta dell’umorismo romantico tedesco, sottolineato da musiche raffinate e commoventi. Armonia e disarmonia comportamentale si suffissa nel donare specificità ai diversi ingressi in scena, impiantando una sensazione di perturbamento che permea le parti, ai margini delle apparenze. Il sapore all’atto finale è dolciastro, sa di anice. Non per tutti gli stomaci, pertanto. Ma idonea agli innumerevoli occhi disposti ad ammirare design (scenografia d’alto livello) e tragicomiche sembianze umane.
Federico Mattioni

