Love Lies Bleeding: un avvincente noir dai toni grotteschi
É eticamente accettabile che qualcuno possa arrogarsi il diritto di stabilire se una vita estranea – collocata su un altro livello di realtà – sia o meno degna di essere vissuta? La natura o stato vegetativo è vita? Queste sono solo alcune delle tematiche affrontate dal drammaturgo e romanziere statunitense Don DeLillo nel testo teatrale Love Lies Bleeding (2006) messo in scena dalla nota compagnia milanese Phoebe Zeitgeist. IN REPLICA SINO A DOMANI 16 MARZO ALL’ELFO PUCCINI.
“SAI COSA MI MANCA. LA METROPOLITANA” (Alex)
Non si può certo arrivare impreparati a teatro davanti a uno spettacolo firmato da Giuseppe Isgrò, regista di Phoebe Zeitgeist. Bisogna essere pronti a saltare su un treno (con un biglietto di sola andata) da cui è difficile scendere, sempre che si abbia voglia di scendere.(!)
Love Lies Bleeding di Phoebe Zeitgeist è un turbine di follia. L’effetto è proprio quello di salire e scendere (?) da una metropolitana, un non luogo dove Isgrò sembra volerci condurre all’incontro con i personaggi di Don DeLillo, se così possiamo chiamarli: sono personaggi-spine, “fiori sottili spinosi”, sono tracce di ricordi, pezzi di una storia che deve essere ricostruita, parti di un’identità frammentata e inconclusa, quella di Alex Macklin, un artista anziano la cui silhouette si staglia sullo sfondo della scena, ormai una figura spettrale in stato vegetativo cronico dopo l’ennesimo ictus. L’introduzione sonora quasi massivattackiana lascia spazio alla profondità struggente di un brano di Leonard Cohen che rapisce e cattura in un attraente refrain che si interpone tra una scena e l’altra.
Toinette – terza moglie di Alex – una femme fatale trasgressiva dalla forte personalità (interpretata da una seducente Francesca Frigoli) e Sean (un camaleontico e versatile Daniele Fedeli) – figlio di Alex avuto da un’altra moglie – sono due criminali (?)che provano piacere a tramare la morte di Alex, o forse no.(!) Ridono in faccia alla morte e non la temono, un modo per esorcizzare il dolore della tragedia che si sta per compiere.
Ma partiamo da principio, esiste un principio di questa storia?
DeLillo destabilizza sull’inizio della storia: è il lettore a doversi gradualmente ambientare, a capire in quale stato temporale e in quale dimensione collocarsi: in un limbo tra vita e morte, nel passato, oppure già in un’aldilà galoppante da cui Alex in persona non può più muoversi, ma può sentire tutto? La scissione temporale è scandita ulteriormente da un’altalena di ricordi e dalla presenza di un Alex doppio: Alex lucido e parlante dopo il primo ictus (Daniele Fedeli); Alex immobile e muto attaccato a una flebo e a un sondino naso gastrico in stato vegetativo dopo vari ictus. La tematica della morte, della zona limite tra vita e morte, del rapporto con la morte sono ricorrenti negli spettacoli della compagnia Phoebe Zeigeist, così come nei testi scelti scelti da mettere in scena.
Lo spettacolo rimanendo fedele al testo di DeLillo, ha una struttura narrativa non-lineare da film noir determinata da flashback, da continui sbalzi temporali, come se i personaggi stessi si trovassero dentro una metropolitana-vita pronta a sobbalzare continuamente insieme ai loro stati d’animo.
La scena minimale e spoglia è sorvegliata dagli occhi-faro color blood (bleeding?) di un Alex inerme che indossa una maschera clownesca dagli effetti conturbanti. La sua sagoma-manichino è posta sempre al centro e in fondo alla scena ed è lì intorno che si costruisce la vicenda. La storia inizia e finisce con un ricordo di Alex: il ricordo di un morto su una metropolitana raccontato alla sua quarta moglie, Lia (con l’interpretazione di Liliana Benini) una giovane trentenne, molto più giovane di lui. Quel giorno in cui ha visto un morto in metropolitana, era con suo padre che, leggendo una notizia sportiva sul giornale, sembrava non essersi accorto di niente. Nessuno sembrava essersi accorto di niente. Resta il dubbio che, quel morto ricordato, non sia proprio una proiezione di sè stesso (Alex) che, come un vegetale, prova ancora a collocarsi in una realtà di cui non si sente più parte e che, nel ricordo, guarda sè stesso dal di fuori da un nuovo livello di realtà.
Love Lies Bleeding da cui l’omonimo testo di DeLillo è legato al ricordo di un prato color amaranto avvistato un giorno, su un treno, mentre Lia e Alex erano insieme. Alex appassionato di fiori, ne conosce-va i nomi. Love Lies Bleeding è infatti il nome – “tagliente come una lama”- di un fiore californiano color rosso sangue sottile e spinoso. Nomi di fiori vengono pronunciati in scena dai tre personaggi in memoria di Alex: su un proiettore un’esplosione di colori e di fiori che si aprono, proiezioni ulteriori del sè, riflessi di Alex nelle parole degli altri. Forse è l’inizio dell’effetto della morfina che i due “criminali” hanno deciso arbitrariamente di somministrare a Alex (sempre in stato vegetativo cronico). Dietro il proiettore le ombre di Sean e Toinette diventano via via sempre più grandi, mostri giganti che compiono il misfatto somministrando ripetute dosi di morfina ad Alex per indurlo a una morte più rapida come due psicopatici da recludere.
Lo spettacolo ha esiti innovativi e geniali pur mantenendo una messa in scena quasi tradizionale. La recitazione è avvincente e potente, aggiunge attraenti note macabro-grottesche al testo e ai dialoghi, ma anche fortemente empatizzanti. Love Lies Bleeding è una commedia dark di spiccata originalità e assolutamente da vedere e rivedere ancora. Di certo non siamo davanti a una tematica nuova. L’abilità della regia di Isgrò è quella di saper sedurre, coinvolgere e catturare lo spettatore senza cadere mai in luoghi comuni o prevedibili aspettative, mantenendo uno stile riconoscibile e spingendosi sempre verso nuove sfide e nuovi esiti.
Applausi per Phoebe Zeitgeist mentre il cadavere di Alex compare e scompare come se fosse una morte danzante tra luci stroboscopiche.
Lavinia Laura Morisco

