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La lente scura

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 11 Giugno 2025 23:15
Tania Turnaturi
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Andato in scena al Teatro Torlonia di Roma

Tra la fine della guerra e gli ultimi anni Cinquanta, Anna Maria Ortese non ha fatto che viaggiare. In treno, compulsivamente, soggiornando in piccoli alberghi, in camere in affitto o presso conoscenti.

Questi viaggi hanno prodotto articoli giornalistici sulla realtà sociale e politica di quel tempo, con un realismo impregnato di un’ansia sofferente e di un’ironia esacerbata.

Da nord a sud, lo sguardo della Ortese si posa sulla realtà del paese, che restituisce filtrata nei racconti pubblicati su varie testate tra il 1939 e il 1964 (non sono reportages) grondanti aggettivi e figure retoriche. È la lente scura che, attraverso metafore, metonimie, ossimori rende la narrazione irreale e malinconica.

Il continuo peregrinare somiglia a una perenne fuga rincorrendo una speranza di riscatto degli italiani, inseguendo ombre e tentando di placare l’angoscia, kierkegaardiana la definisce, che scaturisce dall’osservare i molti privi di diritti e i pochi che se li arrogano tutti. Una vena di intrinseca inquietudine la induce a orientarsi verso l’ombra, a osservare attraverso il filtro deformante di una lente fosca, a rifuggire dalla limpidezza volgendo l’attenzione verso gli ultimi, a osservare la faccia opaca del prisma attraverso cui si rifrange la luce della realtà, restituendoci così reinterpretato, quello che non avremmo visto o non avremmo voluto conoscere.

Esistenze marginali diventano protagoniste, le differenze di classe emergono in bieca evidenza, l’ingiustizia sociale è il perno dell’instabilità, in una visionarietà offuscata e caotica ma disciplinata da un ardore etico, sostenuta da una scrittura spezzata e ricca di immagini.

Nella raccolta “Lente scura” scrive: “Non auguro a nessuna persona giovane e vagamente dissociata come io ero… di attraversare l’Italia in un dopoguerra subito privo di unità e memoria, come io l’attraversai. C’è da uscirne spezzati. Tutto sembra estraneo, meraviglioso e spietato insieme: siete in casa d’altri!”. 

Sul palcoscenico del Torlonia è andato in scena il viaggio a Roma, città che Ortese amò a fasi alterne e dove soggiornò in alcuni periodi, sulla scia della nostalgia che la induceva a rincorrere un altrove mai raggiunto, in una irrequietezza non placata, osservando con accento critico la decadenza del mondo dal finestrino di un vagone ferroviario su cui una farfalla va a curiosare.

Sulla Roma della scrittrice incombe un’“aria d’insensibilità enorme, da lebbrosario”. La borghesia è “un grumo di sangue benestante”, il popolo è disinteressato alla cultura e non esercita alcun potere. La capitale è un mostro dalle mille spire che stritolano il fastoso passato rigurgitandolo in un presente di decadenza morale nelle arti e nella società.

Nell’estate del Sessanta trova ospitalità nel quartiere Montemario, nell’appartamento della signora Emma, vuoto per le vacanze. Anna Maria dorme su una brandina ammuffita e il giorno successivo viene sospesa l’energia elettrica. La notte l’assale l’angoscia della propria modesta condizione, rielabora il concetto di angoscia del filosofo Kierkegaard, non trova la concentrazione per scrivere. Sente che la sua angoscia deriva dal mal governo, che tutela pochi e nega i diritti ai molti che “si crederanno ombre” e dovranno sparire. La distribuzione della ricchezza è iniqua, concentrata in poche mani escludendo i poveri dal consesso civile, costretti a pagare tasse sempre più alte a chi detiene la proprietà.

La regia di Lucia Rocco restituisce questa visione errabonda e disperante, necessaria e rivelatrice, attraversata da una tensione di tragico sradicamento.

La drammaturgia con testi scelti da Emanuele Trevi e Elena Stancanelli non procede in sequenza organica, le parole della Ortese aleggiano, tormentate e disperate, provocatorie e trasfigurate da un’interiore esigenza di redenzione.

Il Teatro Torlonia, piccolo e sontuoso come un teatro di corte, funge da contraltare al racconto di una città straniante e disillusa.

Francesca Piccolo e Federico Gariglio danno voce alle parole della scrittrice. Un profluvio di parole, accostate le une alle altre a suscitare incanto e meraviglia. Una scrittura che rapisce, una Roma amata e maledetta, rigurgitante artisti e sentore di morte, accompagnata dalle musiche di Ran Bagno e dai video di Alessandro Papa.

La scelta di ripartire la rappresentazione tra il livello del palcoscenico, dove inizia il viaggio in treno e Federico Gariglio si trasforma nei diversi personaggi, e il livello della platea, dove Francesca Piccolo dà voce alle parole della Ortese, accentua la cesura del filo narrativo e rende poco visibile l’interprete. La recitazione enfatica amplificata dall’uso del microfono crea fastidiosi riverberi con le ridotte dimensioni del teatro, che avrebbe richiesto una recitazione più intimista.

La Lente Scura conclude il ciclo Racconti Romani, progetto di opere letterarie di ambientazione romana per un viaggio attraverso la voce degli autori.

Dalle note di regia di Lucia Rocco: “Passeggiando accanto alla narratrice siamo noi stessi a inforcare gli occhiali dalle lenti scure per scoprire una moltitudine di zone d’ombra tra le cui pieghe brulica un’umanità a rischio di crollare su se stessa. La lente scruta la miseria della città in costruzione sulle macerie della guerra, nella quale i personaggi restano a una distanza critica tale da fondersi con il paesaggio sociale e storico che popolano”.

 

Tania Turnaturi

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