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Teatrionline > Blog > Evento > Stefania Panighini, la potenza deflagrante della mia Tosca
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Stefania Panighini, la potenza deflagrante della mia Tosca

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 25 Giugno 2025 11:52
Fabiana Raponi
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Fra grandiosi tableaux vivants il nuovo allestimento della regista che si confronta per la prima volta con l’opera pucciciana. Dal 29 giugno al Castello di San Giusto di Trieste

“L’abbiamo sempre vista così! Tosca è la storia di un abuso, che sembra normale. Lo guardiamo da più di cento anni, come se fosse un’azione – certo orribile e tremenda – ma tutto sommato naturale, nell’ordine delle cose, perché così va il mondo!”.

Questo il punto di vista della regista Stefania Panighini che affronta per la prima volta la Tosca, la più romana delle opere di Giacomo Puccini e che andrà in scena il 29 giugno, con repliche 1 e 4 luglio, nell’ambito della stagione estiva “Il suono di Trieste” del Teatro Verdi, nel suggestivo Castello di San Giusto. Il nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste con Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste vede nel ruolo di Tosca Elena Pankratova, Fabio Sartori nel ruolo di Cavaradossi, Ambrogio Maestri nel ruolo del Barone Scarpia.

Regista e autrice nata a Torino, Stefania Panighini è protagonista della scena teatrale da oltre venti anni, da sempre impegnata non solo nel repertorio tradizionale, ma anche nel repertorio più ricercato: nell’arco della sua lunga carriera ha collaborato anche con il Teatro Regio di Torino, Teatro Valli di Reggio Emilia, Comunale di Bologna, l’Opéra National de Lorraine, Teatro Municipale di Piacenza, Fondazione Pergolesi Spontini, La Fenice di Venezia, Opéra de Nice, Festival della Valle d’Itria, Piccolo Festival del Friuli-Venezia Giulia. Nel 2004 ha vinto il Premio ‘Idee per Alfieri’ del Festival Astiteatro ed è sempre stata molto attenta alle tematiche di genere: già in tempo di pandemia con la casa discografica Musica di Seta ha realizzato anche dei podcast e spettacoli come ‘Intrepidaria’ e ‘Anomaliae’.

Abbiamo scambiato qualche battuta con la regista che si confronta per la prima volta con un grande classico del repertorio pucciniano, la Tosca.

“Tosca è la storia di un abuso, che sembra normale”: lei è partita da questa considerazione per il suo nuovo lavoro. Come arriva a questa consapevolezza che in realtà è sotto gli occhi di tutti?

Ho cercato di osservare il tempo in cui viviamo, che sta normalizzando molti atti o situazioni che fino a qualche tempo fa potevano sembrare molto gravi, figuriamoci cosa può accadere con opere di oltre cento anni fa. Eppure, non dobbiamo lasciarci trascinare dal considerare gli abusi, come quello di Tosca, situazioni normali, solo perché è sempre stato così: dobbiamo leggerli e interrogarci su di essi, trovarne il senso contemporaneo, anche se abitano in epoche lontane.

Come ha immaginato la sua Tosca? Che tipo di allestimento sarà?
Sarà un allestimento nato in dialogo col luogo straordinario in cui vivrà: Il castello di San Giusto, che è una fortezza in qualche modo simile a Castel Sant’Angelo. Lì ci sarà un’impalcatura di legno, che racconterà non solo il patibolo, il punto di morte del terzo atto, ma anche la costruzione di un nuovo mondo, perché il 1800 è proprio il punto di transizione tra il mondo neoclassico e quello moderno. In questo mondo in transizione, raccontato storicamente da Sardou, Puccini mette le nevrosi e le ossessioni dei tempi moderni, momenti musicalmente deflagranti che esplodono fuori dal realismo: come la musica, così anche la parte visiva esplode in gigantesche tele pittoriche che ricalcano i quadri dei Fratelli Carracci, che si trasformano in tableaux vivants pieni di anima e di tensione, come ad esempio il gigantesco ensemble del Te Deum.


Un suo breve cenno sui personaggi di Tosca: come li considera?
Li considero umani, veri, tutti pieni di luci e di ombre, in ognuno di loro si annida qualcosa dell’altro, come fossero visceralmente legati gli uni agli altri. Al tempo stesso ognuno è dominato da un’ossessione che lo tiene prigioniero, un’ossessione talvolta irrazionale, che si fa fatica a mettere in parole e allora diventa un’aria. Scarpia ha l’ossessione della conquista, del potere, della sottomissione lette in una chiave erotica che dialoga continuamente con la filosofia di De Sade, Cavaradossi ha l’ossessione della libertà, dell’ideale, dell’eroismo (sappiamo da Sardou che il padre era amico di Diderot e D’Alambert, e che lui stesso aveva avuto contatti con Rousseau). E poi c’è Tosca, divorata dalla gelosia, inizialmente quasi solo votata all’amore, che segue una traiettoria tutta sua – in un’opera dove è esclusa dai giochi del potere maschile – diventando essa stessa simbolo di potenza deflagrante, artefice del dramma, manipolatrice di morte.

Qualche dettaglio particolare che ha voluto inserire in questa Tosca che affronta in carriera per la prima volta.
Come dicevo ogni aria è legata a un quadro dei fratelli Carracci che prende vita, e in ‘Vissi d’Arte’ si anima una tela che mi è rimasta molto impressa, quella di Susanna e i Vecchioni, uno dei più antichi episodi di abuso. La combinazione dei due piani focali è davvero densa di emozioni e significati.

Come è stato il lavoro con i cantanti?
Avere interpreti così esperti di questi ruoli poteva essere un rischio perché quando un ruolo è così tanto dentro di te fatichi a uscirne per leggerlo ancora. E invece ho trovato tre colleghi fantastici con cui abbiamo molto lavorato non solo sul testo, ma anche su tutte quelle pause che Puccini scrive perché succedano delle azioni. Questo è stato il lavoro più grande, pulire il testo, restaurarlo, come si fa con un quadro, dai vezzi dell’abitudine.


Tre motivi per assistere alla sua Tosca.
Perché una Tosca a cielo aperto, permette di veder per davvero le stelle dell’ultimo atto, perché l’unione della musica, della pittura e del teatro è uno spettacolo da non mancare mai, e perché i tableux vivants sono ormai purtroppo una pratica in disuso, che da Pasolini a Bill Viola hanno una storia importante da riscoprire.

C’è un fil rouge che segue all’interno di tutti i suoi lavori?
C’è un’impronta personale fortissima, ma non credo sia percepibile immediatamente nel visivo. Il mio lavoro è raccontare storie e non me stessa; dunque, in genere mi metto al servizio della storia. Una cosa che faccio sempre è però interrogarmi sul testo in relazione al mondo in cui viviamo, agli aspetti del contemporaneo che mi interessano di momento in momento, che non significa banalmente ambientare degli spettacoli negli anni 2000 (quella è un’altra storia), ma credere fortemente nell’opera lirica come mezzo per migliorare un pochino il nostro essere al mondo!

Esiste un approccio diverso fra le regie per le stagioni estive e le stagioni dei teatri tradizionali al chiuso?
Sicuramente sì, il teatro all’aperto ha delle peculiarità straordinarie, che però a volte rendono lo spettacolo meno al centro dell’attenzione, perché la natura e il cielo sono già di per sé uno spettacolo straordinario. Bisogna dialogare con l’ambiente e renderlo parte dello spettacolo.

A chi si ispira come regista? Esistono delle figure particolati di riferimento?
A Pina Bausch, che con l’opera lirica ha avuto poco a che fare, ma che mi ha insegnato coi suoi spettacoli e con l’indagine del suo metodo creativo a raccontare la poesia come metafora del mondo.

Fra i suoi numerosi lavori, qual è quello che ha amato di più?
Maria de Buenos Aires di Astor Piazzolla, paradossalmente uno spettacolo non grandissimo, ma che ho molto amato per la commistione di generi sia musicali che visivi e interpretativi. Credo molto nel melting pot!

L’opera che vorrebbe mettere in scena?
Macbeth! Perentoriamente!

Qualche anticipazione sui prossimi lavori: come saranno?
Due sfide interessanti e diverse, da un lato la riscoperta di Turanda di Antonio Bazzini, un’opera del pieno Ottocento italiano con tutte le sue sfide, anche perché realizzata interamente coi ragazzi del Conservatorio di Como e dell’Accademia di Brera.
Subito dopo una nuova creazione, e io adoro le opere nuove, per gli 850 anni della Torre di Pisa, un viaggio che mi ha permesso di scoprire innumerevoli storie su questo nostro straordinario monumento, e non vedo l’ora di raccontarne la danza erratica lungo i secoli.

Info e dettagli su Tosca su www.teatroverdi-trieste.com/it/spettacoli/tosca/

Fabiana Raponi

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