Instabili vaganti e Lalish Theaterlabor firmano la serata conclusiva di “Performazioni – International Performing Arts Festival” XIV Edizione
Chiusura in grande stile per il Festival “Performazioni”, creatura della compagnia Instabili Vaganti di Bologna, giunta alla quattordicesima edizione. Tre settimane di eventi (dal 23 agosto al 12 settembre) tra spettacoli, workshop e concerti, distribuiti su di un territorio vasto e diversificato (Bologna, Valsamoggia, Guiglia, Castel d’Alano).
La serata conclusiva è stata ospitata nella cornice tutta speciale dell’Oratorio San Filippo Neri di Bologna, caratterizzata dai suoi spazi profondi e dalle sue pareti “dominanti”, intarsiate di nicchie ed arricchite di fregi. I due spettacoli che sono andati in scena – l’uno dopo l’altro, separati da un breve intervallo – puntavano secondo modalità diverse sull’utilizzo dell’immagine proiettata, come scenario unico ad interagire con l’assolo del performer.
“LUCE” di Instabili Vaganti è un lavoro che si inscrive perfettamente in quest’atmosfera sacrale, dando forma ad un concerto di musica e parola, immagine e movimento scenico. Elementi che convergono tutti verso un centro: la poesia di Pier Paolo Pasolini.
Proprio dal “guscio” di una nicchia laterale ha inizio l’azione di Nicola Pianzola, che ai versi del poeta di Casarsa dona voce e corpo. Voce e corpo: è questo l’ordine cronologico secondo cui si manifestano le due componenti attoriali, ma ben presto prende vita un continuo rincorrersi e avvoltolarsi di parola e corporeità, quasi una “sfida” per il primato, tutta finalizzata però alla pacificazione, al raggiungimento di un’illuminazione ultima: il senso profondo dell’essere e dell’esistere.

E’ forse questa la tensione verso la luce, immagine che puntuale ricorre nei componimenti pasoliniani. Senso del sacro come istinto innato, talento naturale per l’alto e il sublime, mai disgiunto da un’intuizione olistica, dove ogni cosa non è che tassello di un disegno complesso e complessivo: “LUCE” di Instabili Vaganti indaga e percorre questo sentiero di confine, che è la chiave profonda del “discorso” pasoliniano e che nel verso poetico si offre quanto mai nella sua nuda “carne”.

Una sorta di rumore bianco, simile ad un vento, avvolge i primi attimi dello spettacolo. È la voce della natura selvaggia, che tutto precede, anche il corpo e la parola. La purezza aspira in Pasolini alla carne e alla polvere perché aspira al tutto, all’appartenenza a tutto ciò che nel cosmo vibra. Qui il tempo è flusso privo di confini convenzionali, un divenire costante, che connette l’attuale con l’eterno.
Ecco che lo spettacolo si trasforma in esperienza immersiva: le immagini in videomapping riempiono lo spazio monumentale, lo dilatano anzi, imprimendo piani di profondità. Vegetazioni opulente e corpi solenni giganteggiano obliqui, mentre in primo piano la presenza non virtuale del performer in carne ed ossa volteggia in evoluzioni centripete da derviscio.
Ora la parola non compete più, non duole più nel corpo vivo: trova la sua corporeità in un quadro in cui la frase pasoliniana volteggia in loop, alla stregua di una danza esoterica eppur simile al refrain di un brano hip hop. Sempre santa e maledetta.

In questa tramatura di opposti, la musica eseguita dal vivo da Enrico Bernardi non funge da strumento d’accompagnamento: protagonista aggiunta, detta “capitoli” interni e interiori, alternando il suono del clavicembalo e quello del pianoforte. Asciutta e claustrale, esercita un’azione di contrappunto al linguaggio performativo.
Anche in MEMORY di Nigar Hasib (Lalish Theaterlabor) la parola è solo una delle componenti della performance, ma qui la terraferma del territorio semantico è abbandonata a piè pari, deliberatamente, scegliendo il mare aperto del puro significante.

L’artista curda crea alchemicamente un idioma inedito, assommando e mescolando lingue antiche e moderne, aggiungendo altresì parole di propria invenzione. Un procedimento per stratificazione niente affatto asettico o intellettualistico, che bensì sorprende ad ogni secondo. È proprio il senso del tempo che si sospende tramite questo discioglimento dei confini geografici e culturali, a favore di un flusso ipnotico a cui è impossibile resistere.
Sulla parete di fondale scorrono immagini di un paesaggio urbano esotico, fotografato nella sua prosaica quotidianità, eppure l’insieme assume un tono per nulla compassionevole. L’artista interagisce con la videoproiezione entrando nel campo dell’inquadratura, creando un dialogo coreografico per tramite della sua figura corporea, oppure solo attraverso la propria ombra.

Una sommatoria criptica di linguaggio visivo, sonoro e performativo forma un codice trascinante, seduttivo proprio laddove esclude dalla fruizione razionale. È questo il concept distintivo di “MEMORY”, una performance che si mostra nell’atto di nascondersi allo sguardo: un procedimento che è in atto sin dal primo istante, quando l’artista accoglie il pubblico all’ingresso dello spazio scenico, facendo risuonare energicamente due piccole campane, segnalando l’inizio dello spettacolo.
Il costume stesso che lei indossa è una maschera, un dispositivo atto a coprire, dal semplice abito nero al copricapo realizzato con un intrico di tessuti variopinti in cui il volto scompare. Ed è una maschera acustica la medesima, elaboratissima parola di Nigar Hasib, ora cantata ora parlata, ora emessa dal vivo ora riprodotta in forma registrata, magari intrecciata con una voce esterna, una voce maschile. E poi, rumori di oggetti che cozzano, vanno in frantumi, ma forse è solo il suono dell’esistere, pasolinianamente composto da una inscindibile unità di sangue e anima, l’essere che si manifesta solo nel disfarsi.

È quanto trasmette con efficacia formidabile la partitura dei gesti eseguiti in scena, nella semioscurità da Nigar Hasib. Movimenti essenziali quanto possenti allo sguardo, a volte solo i palmi delle mani che si aprono, guadagnando una improvvisa fosforescenza per via di una fissità statuaria in cui gli arti erano rimasti fin là. Rimasti: è proprio questo il punto. L’effimero dell’immagine filmica, come quello del teatro, deposita nondimeno i suoi resti: rifiuti, detriti, scarti, che sono pur sempre testimonianza del vivere, il suo risultato palpabile. Nella polpa umile di un frutto masticato come nel peso lieve di fogli di carta dispersi, che la terra accoglie, raccoglie, conserva.
Paolo Verlengia
CREDITS:
“LUCE”
Regia Anna Dora Dorno
Con Nicola Pianzola
Musiche dal vivo Enrico Bernardi
Video mapping e disegno luci Anna Dora Dorno
Produzione Instabili Vaganti / Fondazione Rocca dei Bentivoglio
“MEMORY”
Concept, video, voce e performance: Nigar Hasib
Ricerca performativa: Shamal Amin
Lalish Theaterlabor (Vienna)
Venerdì 12 settembre 2025, Oratorio San Filippo Neri, Bologna, nell’ambito del Festival PERFORMAZIONI (XIV edizione)
Foto di scena di Alice Merola

