Dal 2 al 12 ottobre, il Fringe Milano Off International Festival ha ospitato sessantuno spettacoli in diciannove diverse location, valorizzando contesti solitamente trascurati dai circuiti tradizionali di fruizione culturale e animando l’intera città di un’atmosfera creativa diffusa.
Nato nel 2016 grazie a Francesca Vitale e Renato Lombardo, il Festival ispirato al Fringe di Edimburgo e all’ Off di Avignone, offre una programmazione multidisciplinare che spazia dalla drammaturgia contemporanea all’arte visuale, confermandosi come uno dei più importanti appuntamenti di promozione del teatro indipendente italiano e internazionale.
Per questa settima edizione, grazie a consolidate collaborazioni con il Festival Avignon le Off, i Fringe di New York, Hollywood, Praga, Istanbul, Stoccolma, Reykjavik, Salonicco, Denver, Lagos, Scarborough e Nuova Delhi , la Commissione ha selezionato compagnie provenienti da tutto il mondo, offrendo al pubblico votante una vetrina significativa delle realtà artistiche emergenti.
Molti i temi indagati, a partire dalla complessità del presente sino alle figure più rappresentative della nostra memoria storica, protagoniste assolute di un teatro civile e di narrazione, dedicato a raccogliere e diffondere preziose eredità.

Questo anche il caso de L’altro ieri, un omaggio a Franca Viola andato in scena nel secondo weekend del Festival, presso la Società Umanitaria, (un’antica istituzione socio-culturale situata in un bellissimo ex convento del quattrocento, nel cuore del centro città).
Alice Canzonieri, la giovane attrice siciliana che ha già recitato nelle serie TV Il capo dei capi e La mafia uccide solo d’estate, ripropone, per la regia di Salvatore Greco, la storia iconica della prima donna italiana che si ribellò al matrimonio riparatore in seguito allo stupro subito nel 1965, ad Alcamo. La vicenda di cronaca concorse ad una svolta epocale; la donna collaborò alla condanna del suo aggressore e il suo esempio di eroico coraggio contribuì all’abolizione, nel 1981, delle norme in merito al matrimonio riparatore e al delitto d’onore.
Sul palco, sotto il cono di luce di Lorenzo Noè, un leggio, un microfono e un attaccapanni sul quale sono appesi diversi accessori di scena di Agostino Varchi , permettono alla narratrice di addentrarsi nelle letture del racconto e nelle interpretazioni delle testimonianze dei diversi protagonisti della vicenda. Lo stupratore affilato alla mafia, Filippo Melodia, viene rappresentato celato nel volto da un borsalino, nel corso di una immaginaria riflessione in cui rintraccia le cause dei suoi agiti, riconducendole all’ambiente violento in cui è cresciuto; ma la delega delle colpe a questioni di costume socioculturale non convince, perché non può adeguatamente giustificare la disumanità di un reato esercitato con la forza e l’intenzionalità.
Anche Franca, adornata di un fermaglio bianco che incornicia stavolta il volto dell’attrice di fanciullesca innocenza, ripercorre lo stupro con un candore irrealistico, che non lascia trapelare espressioni necessarie a trasmettere la sofferenza comportata dalla rivisitazione di eventi tanto traumatici. Il processo drammaturgico di simbolizzazione della protagonista finisce per risolversi in una mitizzazione spersonalizzante, che priva in origine l’interpretazione degli aspetti umani necessari a catalizzare l’empatia dello spettatore e si spinge eccessivamente in un linguaggio didascalico di intento divulgativo. La varietà dei personaggi, che comprendono anche il padre e la sorella di Melodia, descritti in brevi riflessioni semplificatorie sulla questione, non permettono inoltre di rendere con sufficiente coerenza la complessità dei contenuti, turbando il pur lodevole intento di sensibilizzazione di questo lavoro di denuncia contro la violenza e l’ingiustizia.

Negli stessi spazi è seguito, nel continuum degli spettacoli, Lucifero on tour, per l’interpretazione dell’ autore e regista Claudio Del Toro, già menzionato da The Scotsman, all’indomani del successo ottenuto al Fringe Festival di Edimburgo 2024, con Beryl and Clive sing or die : their Musical.
Questo one-man show sull’angelo ribelle della tradizione cristiana, è ambientato nelle opulente atmosfere barocche di una scenografia che ricorda le pitture di vanitas e certe allegorie delle stagioni e degli elementi. Sotto la diagonale di luce caravaggesca di Rebecca Agostinelli, sono posizionati una poltrona e un tavolino colmo di ricche stoviglie d’argento e porcellana e poco dietro, su un supporto ligneo più alto, un teschio adornato d’uva allude, al contempo, alla caducità e ai piaceri della vita. Il protagonista, con il suo paio di ali nere ed un elegante giacca damascata, concentra in se stesso proprio questi due aspetti all’apparenza opposti e racconta i sette peccati capitali di cui è evidentemente il massimo rappresentante e sostenitore. Eppure, con comica e macabra stravaganza, si lascia trapelare, a poco a poco, una poetica vulnerabilità, frutto della trascuratezza paterna e di una sindrome da abbandono che ha portato il povero diavolo a trasformarsi in un soggetto evitante e fobico, più che in un temibile emblema del male. In una excusatio non petita, dove l’autoaccusa è ben manifesta, il personaggio ripercorre le caratteristiche dell’ avarizia, della gola, della superbia, dell’ira, dell’accidia e della lussuria, come vive espressioni di rabbia, frustrazione e richiesta di attenzione che resta inesaudita da parte della somma bontà divina, sempre impegnata altrove. Una parodia con un tocco di clownerie, che ha visto il divertito e imbarazzato coinvolgimento di alcuni spettatori fra il pubblico, richiamati anche sul palco a supporto tecnico, durante i frequenti cambi d’abito. Del Toro non si risparmia nei trasformismi, arrivando a provarsi in una grande abbuffata di spaghetti, come il Felice Sciosciammocca di Miseria e Nobiltà e persino nella rievocazione del peccato originale, con un omaggio ad Eva che, nei costumi di Monica Cafiero, ricorda più una caricatura della Venere botticelliana. Lo spettacolo di intrattenimento è leggero, ma a tratti disturbante quando, con espressioni assai grottesche, l’attore si prova nell’impossibilità del demonio di esprimere un sentimento d’amore; la difficoltà è talmente profonda da farsi fisica e da impedire a lungo, attraverso interminabili conati, anche la pronuncia della parola, poi finalmente espressa, decretando il riscatto della pecorella smarrita e la sua assunzione alle schiere celesti.
Solo amare, dunque, ci consente di riconoscere l’amore degli altri: un finale dalla morale biblica per una pièce poliedrica che non riesce, però, ad esaudire la narrazione di un conflitto teologico particolarmente impegnativo, anche quando si tenta di dissacrarlo.

Gli spettacoli presso questa sede si sono conclusi a sera con La Papessa, un monologo già presentato a Roma nel 2022 e tratto dal progetto Free Women Suite – Il coraggio delle donne in 7 carte teatrali, ad opera del drammaturgo e saggista Andrea Balzola, in collaborazione con l’attrice protagonista, Beatrice Schiaffino, qui guidata dalla regia di Carmen Di Marzo.
Questo primo capitolo, di una serie tutta dedicata alle figure femminili anticonformiste che incarnano i simboli degli arcani maggiori dei Tarocchi, racconta la leggenda medievale di Johanna, una donna dotata di particolare intelligenza e spirito di iniziativa che, fingendosi uomo, ha compiuto l’incredibile ascesa al soglio pontificio, attraversando eroicamente una serie di avventure picaresche. Una figura archetipica, di antica satira nei confronti del potere della Chiesa e della sua Regola, che a costo di raggiungere l’apice del potere, tenta di sacrificare la sua natura femminile, senza infine riuscirci. L’amore, gli appetiti carnali, la difficoltà nel sostenere gli intrighi e le pressioni delle alte sfere ecclesiastiche, hanno il feroce epilogo del martirio sulla pubblica piazza, quando la donna, suo malgrado, partorisce precocemente durante un corteo, svelando le sue autentiche sembianze e forse, almeno in punto di morte, tornando fedele a se stessa, improvvisamente liberata dalla disperata e sterile lotta per la supremazia. La scenografia si risolve nei due elementi simbolici cardine della scrivania cosparsa di libri, che racconta l’importanza dell’istruzione come mezzo strumentale di acquisizione di padronanza delle leggi del mondo e dello specchio da camera privo della lastra riflettente, che ben rappresenta il rifiuto della protagonista di riconoscersi nelle sue sembianze autentiche. L’attrice, nel tipico camice bianco indossato dal clero sotto i paramenti, così finemente rivisitato da Loredana Redivo, ricorda subito una martire ed evoca, nonostante i piani machiavellici di cui è prima artefice, un’ incauta innocenza in odore di santità, che ci permette di accostarla, nella sua visionaria e ribelle ricerca della libertà, alla pulzella d’Orléans, anche se lo spirito eretico qui è certamente più proteso all’ascolto degli istinti e di un desiderio di realizzazione materiale, oltre che spirituale.
L’indagine sul personaggio risulta efficace e riesce a rintracciare, attraverso una storia antichissima, un tema profondamente attuale; oggi come ieri, la donna è ancora perennemente combattuta fra l’apparire e l’essere, ma anche tra la realizzazione dei suoi talenti e il desiderio materno, che sembrano non potersi sempre conciliare felicemente. La narrazione, nonostante una modulazione tonale non particolarmente dinamica, riesce a coinvolgere e la padronanza scenica dell’interprete è calibrata e accurata, nonostante l’impegno prolungato necessario a ripercorrere i molti eventi perigliosi della trama.

Durante lo stesso weekend, presso la Casa di Meneghino, nella bellissima cornice dell’antica Cascina Cuccagna, (centro socio-culturale situato nel quartiere di Porta Romana), è andato in scena I racconti del boudoir.
Il Macellaio di Brera, Il Cliente Misterioso e Scandalo sono i tre brevi racconti interpretati dallo stesso autore e regista Gianfilippo Maria Falsina Lamberti, insieme alla compagnia Grand Guignol de Milan di cui è il fondatore e che, dal 2014, riporta in scena con successo un genere di spettacolo horror e macabro, nato a Parigi verso la fine dell’ottocento, per resuscitare vecchi eventi di cronaca nera e leggende popolari.
Una piccola angoliera e una sedia sono quanto è bastato ad arredare il ridottissimo spazio scenico, già caratterizzato dai burattini di Valerio Saccà, il curatore di questo minuto e prezioso laboratorio polifunzionale prestato agli attori e al numeroso pubblico, accalcato in una circostanza tanto singolare da favorire un intenso coinvolgimento. Sotto le luci rosse e soffuse di Roberto Trombetta, ci si immedesima nelle decadenti atmosfere di un boudoir di inizio ‘900, in cui vengono narrate vicende ispirate ad eventi realmente accaduti e recuperati con particolare vivacità del ritmo scenico e una rara padronanza della carica emotiva. Lorenzo Balducci invade la stanza con la sua corporatura alta e robusta e pare una montagna di rabbia nella sua inquietante interpretazione di un killer seriale che attenta alla vita di due prostitute, (Michelangiola Barbieri Torriani e Giulia Rachele Mazza), ma sa farsi anche impenetrabile, magnetico e misterioso quando, nel secondo racconto, veste i panni di Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise il Re d’Italia Umberto I di Savoia. L’arma del delitto viene inavvertitamente trovata dalla prostituta che ospita l’uomo in una casa di piacere, a Milano, poco prima del suo arresto; ma la suspense non è l’argomento centrale di questa rilettura, che riesce a catturare per l’abile ed esilarante interpretazione seduttiva della donna (Michelangiola Barbieri Torriani), perdutamente invaghita dell’assassino. Lamberti, oltre ad introdurre tutti gli aneddoti, si distingue in Scandalo, con l’interpretazione di un travestito braccato dalle forze dell’ordine per infrazione della moralità, nonostante sia l’amante segreto del commissario che paradossalmente si occupa dell’arresto, nel chiaro tentativo di non far trapelare la sua relazione. I drammatici eventi dei primi del Novecento, non mancano di far riflettere sullo stigma sociale, grazie alle suggestioni dolciamare evocate dal prorompente fascino femminile e insieme fragile del protagonista, ma comportano pure la morte di un’innocente prostituta, come descritto dalla cronaca di un giovane Benito Mussolini, ai tempi giornalista.
Tra corsetti, rossetti e reggicalze, la commedia comica che ha molto divertito, combinando la sensualità all’ironia tipica del burlesque, scivola vertiginosamente nel tragico, con toccante verosimiglianza; il volto pallido della defunta nel bagno di sangue (Giulia Rachele Mazza) non pare uno scherzo, ma anzi, riesce ad avvicinare improvvisamente e con sorprendente efficacia al tema terribilmente attuale del femminicidio.

Negli stessi spazi, riallestiti di un solo sgabello, lo spettacolo è proseguito con Garrincha, l’angelo dalle gambe storte, la narrazione della vicenda sportiva e umana di Manoel Francisco dos Santos, leggendaria ala destra della storia del calcio brasiliano. Il racconto è interamente ad opera di Franco Valeriano Solfiti, accompagnato dal percussionista Pietro Petrosini, per la regia di Giancarlo Fares.
Nato poliomelitico, Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha, ha vinto due campionati del mondo con la nazionale brasiliana ed è stato soprannominato proprio dagli stessi brasiliani “La Gioia del Popolo” per le sue straordinarie doti calcistiche. L’uomo profondamente talentuoso quanto ingenuo, raggiunse l’apice della fama, ma venne anche sfruttato e poi dimenticato, fino alla morte, avvenuta in estrema solitudine e povertà nelle strade di Rio, nel 1983. Viene dunque ripercorsa ogni avventura, ogni vittoria, ogni fallimento, ma anche la bellissima storia d’amore con Elza Soares, nota cantante di Samba che lo ha affiancato fino al declino, all’alcolismo e alla separazione che ha rappresentato, forse, il colpo di grazia definitivo prima della perdizione assoluta.
Un fittissimo racconto in cui la parola è centrale e il rapporto con il pubblico frontale, fatto di sguardi diretti che accompagnano la marcata gestualità discorsiva del movimento scenico; Franco Valeriano Solfiti, sostenuto dalle percussioni ritmiche crescenti e decrescenti di Pietro Petrosini, si lascia vivere dal racconto di cui è anche autore insieme a Fares, tradendo un entusiasmo più che attoriale, vicino a quello di un appassionato tifoso ed estimatore del suo personaggio.
Alto pathos quando la prosa si muta in una poesia declamata in cima allo sgabello; l’abile interprete ricorda Proietti, Trilussa e il Belli, forse per l’uso disinibito del dialetto romanesco, ma certo, anche per i toni della riflessione sociale che lentamente, dolcemente, affondano poi nell’intimità del sentimento, evocando una nostalgica malinconia.

Alla fine della rassegna teatrale della giornata a Cascina Cuccagna, l’ultimo ospite è stato Orazio Cerino con Guernica Bombing, di Mirko Di Martino.
Di Martino, direttore artistico del teatro TRAM di Napoli e Cerino, che per lo stesso teatro dirige laboratori attoriali e di scrittura, non sono nuovi a trattazioni di rilevanza politica e sociale che vogliono stimolare una riflessione critica nel pubblico e questo lavoro di teatro civile, di ottimo equilibrio narrativo, riesce concretamente nel suo intento di sensibilizzazione, cogliendo l’occasione, attraverso il racconto del drammatico ed emblematico bombardamento di Guernica, per affrontare in profondità il tema del conflitto.
Era il 26 aprile del 1937, quando gli aerei dell’aviazione tedesca ed italiana bombardavano la cittadina dei Paesi Baschi, compiendo una strage catastrofica, poi testimoniata dal dipinto di Pablo Picasso, che ancora oggi rappresenta un vero e proprio manifesto contro la guerra. A questo evento ne seguirono altri altrettanto tragici, che vanno dai bombardamenti di Dresda, Berlino, Hiroshima, Nagasaki, fino al Vietnam, all’Afghanistan e alle strazianti mattanze ancora in corso. Lo spettacolo ne ripercorre le storie, costellandole di preziosi aneddoti che rammentano le atrocità e i crimini di cui è capace il genere umano, per soddisfare assurde mire di conquista e supremazia.
Le luci soffuse di Tommaso Vitiello, il ritmo incalzante della drammatizzazione del racconto, catalizzano gli spettatori in un clima riflessivo e le trattazioni sono frutto di una ricerca talmente ben documentata da coinvolgere e appassionare tutti i presenti fino alle conclusioni: in cima a tutte le macerie della folle distruzione, come rappresentato nel quadro di Guernica affisso sullo sfondo della scena, c’è un fiore che svetta, c’è una speranza che, malgrado tutto, si rinnova naturalmente e necessariamente va celebrata.
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L’altro ieri
di
Salvatore Greco e Myriam Lattanzio
Regia
Salvatore Greco
Interpreti
Alice Canzonieri
Luci
Lorenzo Noè
Costumi
Agostino Varchi
Produzione
Associazione Culturale Capolavori in collaborazione con Associazione Culturale Statale 114
Lucifero on tour
di
Claudio Del Toro
Regia
Claudio Del Toro
Interpreti
Claudio Del Toro
Luci
Rebecca Agostinelli
Musiche
Alberto Maronna
Costumi
Monica Cafiero
Produzione
Teatro e Società
La Papessa
di
Andrea Balzola
Regia
Carmen Di Marzo
Interpreti
Beatrice Schiaffino
Luci
Carmen Di Marzo
Musiche
Alessandro Panatteri
Costumi
Loredana Redivo
Produzione
Beatrice Schiaffino
I racconti del boudoir
di
Gianfilippo Maria Falsina Lamberti
Regia
Gianfilippo Maria Falsina Lamberti
Interpreti
Michelangiola Barbieri Torriani, Lorenzo Balducci, Gianfilippo Maria Falsina Lamberti, Giulia Rachele Mazza
Luci
Roberto Trombetta
Musiche
Roberto Trombetta
Costumi
Grand Guignol de Milan
Produzione
Grand Guignol de Milan
Garrincha, l’angelo dalle gambe storte
di
Franco Valeriano Solfiti – Giancarlo Fares
Regia
Giancarlo Fares
Interpreti
Valeriano Solfiti
Musiche
Pietro Petrosini (percussioni)
Produzione
Cinqueanelli\Malalingua
Guernica bombing
di
Mirko Di Martino
Regia
Mirko Di Martino
Interpreti
Orazio Cerino
Luci
Tommaso Vitiello
Produzione
Teatro dell’Osso ETS e Teatro TRAM

