Ian Bostridge nel ruolo dello spettro Peter Quint guida un ottimo cast, successo per uno spettacolo inquietante e coinvolgente
Sottilmente inquietante e bellissimo, semplicemente straordinario The Turn of the Screw di Benjamin Britten firmato dalla pluripremiata regista britannica Deborah Warner e andato in scena al Teatro dell’Opera di Roma in un nuovo impagabile allestimento, che ha brillato per la regia e il cast che eccelle nell’interpretazione a tutto tondo dei personaggi, da un punto di vista musicale, ma anche recitativo.
Il terzo capitolo della ideale trilogia che la regista ha portato a Roma (dopo Billy Buddy e Peter Grimes) offre uno spettacolo carico di pathos e di tensione, portando in scena una storia che parla di innocenza violata e di visionarietà, ma anche del sottile e inafferrabile confine fra la realtà e l’immaginazione attraverso un detto e non detto: intrinsecamente legata all’Italia, The turn of the screw, fu composta nel 1954 da Britten, commissionata dalla Biennale di Venezia e rappresentata per la prima volta al Teatro La Fenice.
Lo spettacolo romano resta sempre di grande equilibrio, offrendo attimo dopo attimo, continua tensione emotiva in perfetta linea con la musica, fra sussurri, pause e tensioni, di un ridotto (come previsto) organico da camera dell’Orchestra capitolina guidata con efficace dovizia e precisione da Ben Glassberg, giovane , ma talentuosa bacchetta inglese all’esordio romano, che ha diretto l’orchestra mettendo in evidenza sfumature e colori musicali accompagnando con intelligenza l’andamento narrativo.
The turn of the screw, tratto dall’omonimo romanzo gotico di Henry James del 1898, su libretto della scrittrice Myfanwy Piper racconta di una giovane istitutrice che, chiamata a occuparsi di due bambini, Flora e Miles, in una grande e isolata della campagna inglese, si convince che siano posseduti dalle anime di due malvagi servitori defunti che vede come fantasmi: ma è la realtà o solo la sua immaginazione?
Giocando sull’ambiguità, Deborah Warner mette a punto una regia in perpetuo movimento che attrae lo spettatore, ma fortemente minuziosa e concentrata sul minimo gesto con una forte attenzione su ciascun personaggio. I caratteri si muovono in un grande ambiente, una antica, tetra casa vittoriana, cui fanno eco i magnifici costumi storici di Luca Costigliolo che risaltano ancora di più dal fondo scuro delle scene. L’ambiente, nelle efficacissime scene curate da Justin Nardella, è lugubre e oscuro con l’affaccio su uno spaventoso giardino, gli spazi sono ampi, ma arredarti da pochi essenziali oggetti scenici, dal pianoforte alla lavagna, dal letto alle sedie e tutti imprescindibilmente necessari alla drammaturgia. Sugli spazi, ispirati alle opere del pittore scozzese James Pryde, vivono delle fondamentali luci firmate da Jean Kalman, la regista inventa delle immagini inquietante e di forte impatto visivo, a costruire una sorta di horror gotico, dove il male si avvinghia silenziosamente e inesorabilmente.
Cuore dello spettacolo è l’ottimo cast, rigorosamente british, che schiera la star Ian Bostridge nel ruolo chiaroscurale del mefistofelico e spettrale Peter Quint, in scena anche nel prologo, che appare e scompare, pronto a irretire il piccolo Miles. I due bambini, le voci bianche Zandy Hull e Cecily Balmforth che interpretano Miles e Flora, si destreggiano perfettamente nei ruoli, anche dei difficili duetti senza dimenticare un’intensa prova attoriale.
Se il soprano lirico austro-britannico Anna Prohaska si distingue per la coinvolgente e drammatica interpretazione attoriale dell’istitutrice, brillano anche la Mrs Grose di Emma Bell che tratteggia anche vocalmente una governante esausta e rassegnata e la Miss Jessel di Christine Rice che esalta il tratto onirico del suo personaggio.
Tanti gli applausi del teatro per un’opera moderna sempre molto attuale in un allestimento che è riuscito a coinvolgere la platea in un crescendo di pathos e di emozione.
Fabiana Raponi

