Al Teatro Vittoria di Roma, fino al 23 novembre 2025
Lo spettacolo è ispirato a commedia sexy britannica in cui i quattro
protagonisti sono disposti a tutto pur di mascherare la propria insoddisfazione
nella relazione di coppia, dovuta all’incapacità di essere sinceri, con sé stessi
e con il partner, e alla paura di svelarsi nella propria identità.
La commedia si basa su un’idea originale e ben congegnata, come una di
quelle che Woody Allen avrebbe potuto improvvisare in un racconto per il
New Yorker. Un intrigo di tradimenti coniugali, reali o soltanto ipotizzati, in cui
Davide (Marco Cavallaro) è continuamente accusato di tradimento da Sara
(Maddalena Rizzi), che, all’insaputa di suo marito, concede ogni venerdì
l’appartamento coniugale a Valeria (Alessandra Cavallari) la quale, per non
perdere la sua libertà di single, finge di essere la moglie di Davide per avere
una relazione con Giacomo (Bruno Governale), che a sua volta è
ammogliato. La faccenda si complica quando Valeria, di fronte alla proposta
sempre più pressante di Gerardo di lasciare i rispettivi coniugi per vivere la
loro storia alla luce del sole, lo lascia. L’uomo non demorde, abbandona
comunque la casa coniugale e in un bar finirà per fare la conoscenza di
Davide, capitato lì dopo un diverbio con la moglie.

Uscirò dalla tua vita in taxi, scritto da Keith Waterhouse e
Willis Hall, è ambientato in quei lontani anni ’60, quando commedie di tendenza
con titoli come “Giù le mani da mia figlia” e “M’è caduta una ragazza nel
piatto” si abbandonavano a un umorismo leggermente audace, rassicurando
il pubblico delle matinée che la Rivoluzione Sessuale era solo una moda
passeggera.
Questo spiega probabilmente, ma non giustifica, nella trasposizione teatrale,
un certo penchant per un linguaggio sessita, oggi fortunatamente desueto,
infarcito di qualche epiteto maschilista francamente di troppo.
Ma senza divagare. L’atto unico porta in scena l’amore e la
sua complessità come motore della vita, in cui nessuno dei personaggi vive la
vita che vorrebbe, nessuno ha il coraggio di dirlo all’altro, ma tutti, alla fine,
districandosi tra bugie ed equivoci, realizzano le proprie aspirazioni.
La regia di Filippo D’Alessio è pulita e veloce e riesce a creare alcuni effetti
divertenti, accentuati con abilità dalla buona resa degli attori e dai rapidi
cambi di scena, resi agevoli sul set funzionale ideato da Tiziano Fario.
Lo script della commedia, che forse poteva avere una maggiore incisività, è
anche abbastanza ironico e intelligente da riconoscere che mentire non è poi
così male. Dopotutto, le migliori falsità non equivalgono forse a un prezioso
sforzo creativo? Ungono gli ingranaggi dell’interazione sociale e danno al
mondo una nuova mano di vernice. Mentire (nella sua forma più benevola) è
una liberazione. Menti abbastanza a lungo e abbastanza bene e il tuo sogno
diventa realtà.
Roberta Daniele

