regia e drammaturgia Armando Punzo
con Paul Cocian
e con Andrea Salvadori
musica e disegno sonoro Andrea Salvadori
scene Alessandro Marzetti, Emanuela Dall’Aglio, Armando Punzo
costumi Emanuela Dall’Aglio
disegno luci Andrea Berselli
assistente alla regia Viola Ferro
assistente ai costumi Ilaria Strozzi
attrezzeria Luisa Raimondi, Pasquale Concas, Romeo Erdei Bogdan
direzione organizzativa generale Cinzia de Felice
direzione tecnica Andrea Berselli
coordinamento attività centro nazionale teatro e carcere e segreteria generale Eva Cherici
responsabile amministrativa Elina Sansoni Pellegrini
responsabile attività formative Marzia Lulleri
contabilità e segreteria Giulia Bigazzi
La prima volta l’ho letto tutto d’un fiato, è stato come avere davanti una scala infinita che affrontavo di corsa, senza guardarmi indietro, la sua storia si intrecciava naturalmente con il mio stato d’animo, con la mia più intima necessità d’artista. Una fame simbolica che non ha nulla a che vedere con la fame prosaica, concreta, divorante, che possiede il giovane scrittore nel romanzo. Anche se sono sicuro che Hamsun alludesse a questa fame. Penso ad una figura d’artista che non si arrende alla sua natura umana, mette alla prova sé stesso per essere padrone di sé stesso, per arrivare a scrivere nuove regole per il suo essere nel mondo. Mi ripetevo: ho fame. ho fame. ho fame di non arrendermi…di spendermi, per scoprire quello che mi sfugge. Si tratta di fame spirituale, disperata auto esclusione consapevole dai dettami del mondo, fame disperatamente felice. La sua fame è per me aliena dal pensare e agire comune, se solo avesse voluto, mi dicevo, avrebbe potuto sfamarsi, poteva scendere a compromessi con la vita che aveva di fronte e in se stesso, ma non vuole farlo e non può. È congiunzione tra vita e morte. Morte di un sé per la nascita di un altro sé. Vuole essere scrittore di sé stesso fino in fondo prima di esserlo per gli altri. È storia intima della nascita di un’opera d’arte e creazione di un uomo che aspira ad essere un’opera d’arte.
Pensavo che potesse essere una lettura personale da tenere segreta, come altre letture e incontri che ho fatto sul mio cammino, ma poi ho sentito che dovevo condividere questa esperienza, farla vivere ed esplorarla con i mezzi del teatro.
Tutto è grande per il protagonista di questo romanzo. Il suo volere, il suo desiderio, la sua fame di vita è grande. La sua è una fame che appartiene agli uomini, non a lui. Enorme, smisurata. L’autore cesella parole come uno scultore, disegna ogni parola come a cercare quella più efficace. Ogni parola, ogni lettera è nella sua mente enorme, ha un peso che sulla carta non si sente. Non è una storia autobiografica, potrebbe sembrarlo, ma credo che in fondo sia la storia dell’umanità che desidera vivere il suo principio vitale, che supera il principio di morte, che non accetta l’arrendevolezza che caratterizza gli uomini non affamati di vita, che della vita hanno paura.
Paul Cocian è uno degli attori della Fortezza, uno dei miei più stretti collaboratori e compagno di strada negli ultimi sei anni. A Paul ho chiesto di intraprendere come attore protagonista questo viaggio. Da ottobre è libero, lavora agli scavi dell’anfiteatro Romano di Volterra, terminato il lavoro rientra con me in carcere il pomeriggio e il sabato e la domenica.