In scena al Teatro Quirino di Roma fino all’11 gennaio 2026
Napoli, inizio anni Ottanta. Nella rivendita di tabacchi di Michelino che suona la chitarra e canta, c’è un vorticoso viavai di avventori e bizzarri personaggi stereotipati, abbigliati alla foggia dell’epoca: capelli lunghi e basettoni, scarpe pitonate con la zeppa, pantaloni a zampa d’elefante, minigonne, il telefono a gettone, la mitica Lettera 22 dello scrittore e la stecca di sigarette di contrabbando senza ‘il bollo’.
Tra gli altri, gli ospiti della vicina Pensione Stella, che tra una sigaretta e un quotidiano esprimono le proprie ubbie: la proprietaria che vuole accasare la figlia Rosina, il Maggiore licenziato perché perde l’equilibrio e cade dal letto, l’attore amatoriale che vuole portare in scena l’Otello, il girovago artista di body percussion, Giggino ’o scrittore che tenta di finire il suo ultimo lavoro ispirandosi alle vite degli altri, Ciccillo preoccupato per la visita imminente dello zio.
Felice Sciosciammocca è un proprietario terriero di provincia, semplice e ingenuo, a Napoli con la moglie per incontrare il nipote Ciccillo, che ha mantenuto agli studi e gli ha fatto credere di essersi laureato in psichiatria e dirigere una clinica per malati di mente. In realtà il giovane è un giocatore incallito sommerso dai debiti, e per continuare a spillare denaro allo zio trasforma la pensione in cui vive in una finta casa di cura, spacciando gli eccentrici ospiti per pazienti psichiatrici.
Innescata intorno a questo inganno, la trama prende il via con una girandola di equivoci, facendo leva sulle situazioni in cui viene a trovarsi il candido Sciosciammocca che scambia per matti pericolosi gli ignari ospiti della pensione, i quali danno vita spontaneamente a un’esilarante galleria di tic e caratteri umani. Scambi d’identità, fraintendimenti e gag si moltiplicano, riflettendo le ipocrisie della società borghese contro la solitudine del protagonista.
Il regista Leo Muscato ha rivisitato il testo facendolo virare dalla farsa alla commedia, spostando la datazione agli anni ’80, quando i manicomi chiudono dopo la Legge Basaglia del 1978 e si forma una diversa percezione sociale delle fragilità umane e della devianza: “i pazzi sono ovunque, è pieno il mondo”.
Scritta da Eduardo Scarpetta nel 1908 come farsa in tre atti con al centro la maschera popolare di Sciosciammocca, fu trasposta al cinema nel 1954 da Mario Mattoli con Totò, e a teatro nel 1959 diretta da Eduardo De Filippo.
La regia fa emergere la sottile follia quotidiana dei personaggi, che fa ridere mentre si ride di se stessi e si finge per sopravvivere, come se si indossasse una maschera.
Muscato colloca sul proscenio un tableau con vecchi manifesti e graffiti, che si alza e si abbassa per realizzare i cambi di scena senza interrompere il flusso narrativo: gli ambienti si trasformano rapidamente dalla tabaccheria alla Pensione Stella con tende floreali sulle porte, la reception in un angolo e un televisore a tubo catodico, e poi ancora il Villino De Rosa dove lo zio soggiorna e chiude a chiave gli ospiti della pensione che crede siano scappati dalla clinica, ambienti tutti con le stesse pareti a righe blu.
I protagonisti reggono il ritmo vorticoso degli equivoci, caratterizzando ogni personaggio con impegno, con venature sottili di amarezza e malinconia.
Gianfelice Imparato è un Don Felice Sciosciammocca spaesato e goffo senza essere caricaturale. Non una macchietta ma un uomo vulnerabile e tenero, pieno di candore e di paura. L’attore calibra i tempi comici e l’espressione emotiva, con la mestizia di chi crede nella buona fede, nonostante tutto. Quando, nel finale, scopre di essere stato raggirato, non rinuncia alla bonomia, intuendo che forse i veri pazzi non sono gli altri.
Ingrid Sansone, nel ruolo della moglie Concetta, ha spunti comici del teatro comico napoletano di tradizione.
Affiatato l’intero cast: Giuseppe Brunetti (Ciccillo), Luigi Bignone (Michelino), Alessandra D’Ambrosio (Amalia Strepponi padrona della pensione), Arianna Primavera (Rosina), Giorgio Pinto (Carlo Sanguetta e Nicolino ‘o Guantaro), Antonio Fiorillo (l’ex guardia municipale abbandonato dalla moglie), Giuseppe Rispoli (Giggino ‘o scrittore), Francesco Maria Cordella (Errico Pastetta musicista di “body percussion”), Michele Schiano Di Cola (l’attore Raffaele Sanguetta alle prese con un Otello sperimentale per gli orfanelli).
La scenografia di Federica Parolini vira dalla tabaccheria alla Pensione Stella e al Villino De Rose quasi senza soluzione di continuità, sotto le luci di Alessandro Verazzi. I costumi di Silvia Aymonino sono ispirati agli eccessi e al kitsch degli anni Ottanta: abiti fiorati, giacche a quadrettoni, colori sgargianti. Musiche originali di Andrea Chenna.
Dalle note di regia: “In questa nostra versione, spostiamo la vicenda di qualche decennio più avanti. Siamo fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, ed è appena entrata in vigore la Legge Basaglia, che abolisce i manicomi suscitando molta diffidenza nei confronti delle nuove strutture di cura, soprattutto per un provinciale ingenuo come Don Felice.
Arrivato a Napoli, forse per la prima volta, Sciosciammocca si ritrova in una città in fermento e piena di contraddizioni, e lui non riesce più a distinguere chi è veramente sano e chi no. La sua stessa identità comincia a vacillare: e se il vero matto fosse proprio lui?
Trasportare Il medico dei pazzi nella Napoli degli anni Settanta permette di giocare con un’estetica esuberante e iconica: basettoni, occhiali enormi, pantaloni a zampa e una colonna sonora senza tempo. Ma oltre al divertimento, emerge una riflessione più profonda: se tutti possono essere scambiati per qualcun altro, chi siamo davvero?
E sul finale, mentre il pubblico ride, Don Felice, con il cuore gonfio di delusione, capisce di essere stato gabbato come un povero scemo: il suo adorato nipote, quello per cui ha sacrificato anni e denaro, lo ha raggirato con la spudoratezza di chi bara a carte con un cieco. Sorride amaramente, si stringe nella sua giacchetta da provinciale fuori posto. Forse è davvero lui il più matto di tutti, perché, nonostante tutto, non riesce a negare a nessuno il lusso di un poetico lieto fine”.
Tania Turnaturi

