Grande successo per l'inaugurazione di stagione: essenziale la regia di Michieletto, romantica l'interpretazione di Mariotti. Repliche il 2, il 5 e il 7 dicembre
L’onda wagneriana travolge Roma e dopo La Valchiria dell’Accademia di Santa Cecilia, il Teatro dell’Opera di Roma inaugura la nuova stagione 2025/2026 con il Lohengrin di Wagner, ultima grande opera romantica del compositore tedesco che in un certo senso rappresenta un vero e proprio debutto a Roma, tornando nella Capitale a distanza di cinquant’anni e per la prima volta in lingua tedesca.

Certamente un’inaugurazione di notevole impatto musicale, nella lettura romantica e malinconica, quasi belcantistica di Michele Mariotti sul podio, e visivo con l’allestimento moderno, antitradizionale e simbolico affidato al genio visionario di Damiano Michieletto e al suo team creativo. Da segnalare poi il triplice debutto wagneriano per Mariotti, Michieletto e per Dmitry Korchak, nel ruolo del cavaliere Lohengrin.
Se per Mariotti il Lohengrin è una “fiaba umana” che comincia con un thriller, il direttore libera la partitura dalle tradizionali interpretazioni, ne enfatizza sempre il romanticismo, gli aspetti malinconici e nostalgici, attraverso una rilettura sempre attenta di dettagli nell’accompagnare le voci, nel melodioso dialogo fra l’orchestra e i cantanti: la musica viene fortemente declinata su due piani, il mondo soave e melodioso di Lohengrin, metafisico, fin dal Preludio, e il mondo umano e terreno con le note gravi di Ortrud e Telmarund. Lo stesso Mariotti ha dichiarato di aver cercato un cast di stampo non wagneriano, ma quasi belcantistico, legato all’italianità dell’opera in una direzione attenta alla solidità della partitura che evidenzia il contrasto fra la luminosità del sovrumano e i suoni gravi del terreno, del male e degli abissi. Elsa pone la fatidica domanda e resta accecata da una sorta di fango melmoso nero che fuoriesce dall’uovo.

Dmitry Korchak tenore belcantistico che sottolinea soprattutto l’animo nobile e romantico di Lohengrin, in costante crescita fino al terzo atto fino al suo addio di stampo celestiale. Al debutto romano, Jennifer Holloway, si conferma una convincente Elsa, incisiva nell’offrire la senile duplicità del personaggio e tutti i suoi tormenti grazie a una voce solida e ricca di sfumature.
Semplicemente una fuoriclasse la russa Ekaterina Gubanova nel tremendo ruolo della strega Ortrud, inquietante dark lady agghindata con un elegante tailleur Anni Quaranta in coppia con il malvagio Telramund di Tómas Tómasson.
Una garanzia il Coro di Ciro Visco, magnifico nel ruolo di grande accusatore e di sconfitto, altrettanto convincente nei momenti più gravosi e grandiosi che in quelli più eterei alla ricerca della leggerezza del suono.

La forte dicotomia musicale si concretizza visivamente anche nel riuscito allestimento, moderno, simbolico, ma essenziale, di Damiano Michieletto (e del fido team creativo) al suo primo Wagner: il regista cala la vicenda in un Medioevo quasi moderno, a tratti atemporale, rifiutando la tradizione. Qualche esempio? Lohengrin non arriva trainato dal cigno (stridendo inevitabilmente con il libretto), ma trascina una bara bianca di bambino che reca l’incisione del cigno e da cui fuoriescono candide piume; Goffredo riecheggia dall’inizio alla fine apparendo a tratti come un fantasma di Shakespeare; il presunto annegamento in acqua viene richiamato da una vasca da bagno traboccante acqua vera.

Anche in questa occasione lo scenografo Paolo Fantin non realizza cambi di scena, ma crea una scenografia unica che si trasforma nel corso dell’opera, esattamente come un personaggio.
Nella scenografia resta di fatto la sostanziale divisione fra il mondo umano e terreno di Elsa e il mondo sovrumano di Lohengrin che sono destinati a non incontrarsi mai e mai a convivere. L’umano è rappresentato dal legno (di colore giallo), disposto in un semicerchio dove si erge a tribunale d’accusa contro Elsa (quasi seppellita dalla terra), la folla.

Nel secondo atto il legno muta aspetto trasformandosi in diversi pannelli e introducendo un uovo nero, simbolo per eccellenza dell’origine, ma anche dell’inconciliabilità fra umano e divino e da cui uscita una fangosa melma per che accecherà Elsa e il popolo dopo aver tradito la promessa a fatta a Lohengrin.
Il sovrumano viene rappresentato invece dall’impalpabilità dell’argento liquido, un metallo che si concretizza in scena attraverso un monolite da cui fuoriesce il liquido decretando il vincitore dell’ordalia fra Lohengrin e Telmarund, che, torna in scena tingendo i fiori di Elsa prima delle nozze che si manifesta in forma solida nei tre cerchi che accolgono Elsa e Lohengrin nello straziante e risolutivo duetto del terzo atto. È l’unico momento in cui umano e sovrumano potrebbero toccarsi e convivere, ma nel terzo atto ecco la trasfigurazione di Lohengrin con l’argento liquido che spacca il legno e invade completamente lo spazio. Fra simbolismi all’insegna delle una che invadono il palco e concreti gesti in scena, spuntano le efficaci luci drammatiche di Alessandro Carletti e i costumi, sempre discreti di Carla Teti che pensa agli anni quaranta declinando molto semplicemente in bianco e nero l’abbigliamento dei buoni e dei cattivi e declinando nei mesti toni del malva e del grigio gli abiti del numeroso Coro. Un’inaugurazione potente e importante, ma commovente che raccoglie l’entusiasmo di un pubblico che ha gremito la platea ed è rimasto attento e partecipe nonostante la lunga durata.
Tre ulteriori repliche per il Lohengrin: martedì 2 dicembre, ore 18, venerdì 5 dicembre, ore 18, domenica 7 dicembre, ore 16.30.
Info su operaroma.it.
Fabiana Raponi

