In un panorama teatrale sempre più frammentato e incline a logiche di rapido consumo culturale, l’approdo torinese della rassegna Percorsi Nomadi III si staglia come un necessario baluardo di resistenza metodologica e di profonda riflessione sulle prassi sceniche contemporanee. Questa terza edizione del ciclo di incontri non si piega alla logica della sterile vetrina espositiva, ma edifica un vero e proprio ecosistema del dialogo, un’agorà dove la ricerca torna a essere il centro nevralgico dell’indagine intellettuale e fisica. In un’epoca segnata da uno smarrimento endemico, la necessità di interrogarsi sul “metodo” diviene lo strumento più rigoroso per decodificare le stratificazioni e le nevrosi del nostro presente. Percorsi Nomadi III risponde a questa urgenza trasformando gli spazi in cantieri aperti e laboratori permanenti, dove teorici, operatori, artisti e spettatori convergono per smontare e analizzare i meccanismi stessi della rappresentazione. Il palcoscenico abdica al suo ruolo di spazio della finzione autoconclusiva per farsi territorio di confronto serrato; l’analisi meticolosa delle tecniche attoriali e la trasmissione delle competenze si fondono, diventando atti di militanza culturale. È un percorso che esige tempo, estrema dedizione e una predisposizione all’ascolto in grado di scardinare le comode abitudini passive della fruizione teatrale convenzionale. L’intrinseca importanza di questa cornice risiede proprio nella sua strenua vocazione anti-effimera: ogni tavola rotonda, ogni sessione di training a porte aperte, ogni frammento performativo offerto allo sguardo del pubblico è concepito come il tassello di una mappa molto più ampia, orientata a tracciare le coordinate di un teatro vivo, materico e strutturalmente necessario. La riflessione sul metodo rifugge così i contorni del ripiegamento accademico per assumere una postura fieramente attiva, affilando le armi della percezione per restituire all’arte performativa la sua primigenia capacità di incidere sul reale. In questo humus fertile, costantemente nutrito dal confronto e dalla volontà di non scendere a compromessi con l’intrattenimento di superficie, le esperienze di ricerca più radicali trovano la loro dimensione ideale, mettendo in discussione le fondamenta dell’atto scenico per rintracciare risonanze umane inedite. Esattamente in questa prospettiva di rigorosa indagine formale e sostanziale si inserisce Embodied Musicality, esito scenico e fulcro dell’indagine portata avanti dal LabPerm. L’opera si manifesta non come un traguardo statico, ma come la fisiologica e complessa evoluzione del precedente lavoro L’Arte di rendersi infelici. Se in quell’occasione la messinscena esplorava le trappole nevrotiche e i sistematici auto-sabotaggi della psiche attraverso una lente analitica del comportamento umano, Embodied Musicality opera un’astrazione strutturale netta: i meccanismi psicologici della frustrazione quotidiana vengono interamente decostruiti e sublimati in una pura, implacabile partitura fisica e vocale. Sotto la guida di Domenico Castaldo, il quartetto, completato da Marta Laneri, Zi Long Ying e Giulia Berto, rinuncia a interpretare personaggi ingabbiati nelle maglie di una narrazione lineare, trasformandosi nei terminali nervosi di una sinfonia scenica organica. La drammaturgia musicale abbandona la parola intesa come veicolo esclusivo e rassicurante di significato, affidando il peso dell’espressione all’azione muscolare che genera in presa diretta il suono. In questa polifonia rigorosa, ogni singolo gesto riverbera nello spazio con precisione geometrica: l’uso sapiente dei risuonatori corporei, la gestione chirurgica della prossemica e il controllo del respiro si fondono in una dinamica d’insieme che trascende la semplice mimesi. La nevrosi contemporanea, un tempo sezionata attraverso i tic narrativi, esplode ora in vibrazioni acustiche e tensioni cinetiche che colpiscono i centri percettivi dello spettatore in modo diretto e pre-razionale. Questa evoluzione performativa sancisce la solidità della ricerca del LabPerm, dimostrando come l’assoluta disciplina del metodo possa tradurre le disfunzioni dell’esistenza in un atto di altissima comunione teatrale, in cui il corpo dell’attore si fa strumento esatto e cassa di risonanza universale.
Visto il 14 maro 2026
San Pietro in Vincoli – Torino
Embiodied Musicality
uno spettacolo scritto e diretto da Domenico Castaldo
con Giulia Berto, Domenico Castaldo, Marta Laneri, Zi Long Ying
light designer Davide Rigodanza
sound engineer Massimiliano Bressan
regia Domenico Castaldo
canti a cappella originali LabPerm
scene, musiche e costumi LabPerm
una produzione LabPerm e Compagni di Viaggio

