Al Teatro Sala Umberto di Roma, fino al 22 marzo 2026
Siamo nel 1937, nel Garden District di New Orleans. Un giardino tropicale e claustrofobico, disegnato da Guido Buganza, che fa da cornice a Suddenly Last Summer, il dramma più feroce e simbolico di Tennessee Williams, che provoca l’effetto di un thriller psicologico da brividi.
A dominare la scena è una magnetica Laura Marinoni, nel ruolo di Violet Venable, una donna della ricca borghesia che nega di essere stata colpita da un lieve ictus e usa la propria fragilità come arma contundente. I suoi spostamenti sulla sedia a rotelle o il suo barcollare, i suoi scatti d’ira, tratteggiano la rabbia che Mrs Venable cova contro Catherine, una nipote acquisita, colpevole di aver raccontato cose oltraggiose e imbarazzanti sulla misteriosa morte del figlio di Violet, suo cugino Sebastian, avvenuta durante un viaggio in Spagna, l’estate scorsa.
Attorno a lei si muove un sistema familiare subdolo e grottesco: i parenti Holly, caricature melliflue di avidità e opportunismo, pronti a sacrificare Catherine pur di salvaguardare un’eredità. In questo gioco di pressioni e ricatti si inserisce il dottor Cukrowicz, interpretato con sobria intensità da Edoardo Ribatto, chiamato a scegliere tra complicità e verità. In cambio di finanziamenti per la ricerca, Violet gli chiede di eseguire una lobotomia su sua nipote, Catherine, per cancellare i suoi ricordi della morte violenta di Sebastian e della sua omosessualità, per preservare la reputazione del figlio defunto.

Il dottor Sugar (traduzione dal polacco Cukrowicz) inietta a Catherine un siero della verità e lei procede a fornire un resoconto scandaloso della dissoluzione morale di Sebastian, il grande assente, il quale emerge dalle parole dei protagonisti come un dandy predatore, simbolo di un’estetica degenerata e di un desiderio divorante e spietato.
L’interpretazione di Leda Kreider, nel lungo monologo finale, offre una Catherine sospesa tra trauma e rivelazione, ancora incline al panico e alla fuga, ma lucidissima. Il suo personaggio è allo stesso tempo maniacale, giocoso, disperato e vittima, e Kreider pronuncia ogni parola con chiarezza, con rigore e intensità emotiva, lasciando lo spettatore in bilico tra incredulità e raccapriccio.
Un’opera teatrale così impegnativa è una scelta coraggiosa; è un testo che scava nei traumi freudiani, nell’omosessualità repressa e nell’ipocrisia sociale. Con attori di tale calibro, l’intensa metafora che caratterizza il racconto più poetico e simbolico di Williams trova in questo allestimento la sua perfetta narrazione.
Roberta Daniele

