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Intervista a Valentina Esposito

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 30 Marzo 2026 17:59
Tania Turnaturi
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Autrice e regista di Mercoledì delle Ceneri in scena al Teatro Vascello di Roma

Valentina Esposito ha maturato esperienza di promozione culturale e produzione teatrale presso La Ribalta – Centro Studi Enrico Maria Salerno, con attenzione alle problematiche sociali. Dal 2003 condivide con Laura Salerno e Fabio Cavalli la direzione delle attività teatrali trattamentali presso il Carcere di Rebibbia N.C. a Roma. Dal 2008 dirige la Compagnia del Reparto G8 Lunghe Pene realizzando diversi allestimenti in collaborazione con Teatro Argentina e Teatro Quirino di Roma: Viaggio all’isola di Sakhalin, Fitzcarraldo, Exodus, La festa. Nel 2011 è responsabile organizzativo della parte teatrale del film Cesare deve Morire dei Fratelli Taviani, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino e di 5 David di Donatello. Nel 2013 fonda Fort Apache Cinema Teatro con i detenuti in misura alternativa e gli ex detenuti di Rebibbia N.C., laboratorio di formazione teatrale permanente esterno al Carcere. Con loro realizza lo spettacolo Tempo binario e il suo primo lungometraggio per il cinema Ombre della Sera, Premio Menzione Speciale della Giuria al BAFICI 2016 – Buenos Aires International Festival of Indipendent Cinema, Candidato al Nastro D’argento 2017. Dal 2016 è Presidente dell’Associazione Fort Apache Teatro. Collabora con La Sapienza Università di Roma – Dipartimento di Storia dell’Arte e Spettacolo.

 

Quando si è avvicinata alle tematiche sociali e come le ha trasferite nei laboratori teatrali per i detenuti?

Ho sempre pensato il teatro come uno spazio politico di responsabilità individuale e collettiva che coinvolge contemporaneamente i soggetti sulla scena e la comunità di spettatori in una riflessione comune su temi di urgenza collettiva. Nelle carceri tali urgenze investono gli operatori e li obbligano a usare il teatro come strumento di indagine, di rielaborazione, di costruzione di nuove consapevolezze.  È un teatro necessario che parte da dentro, da ferite che si manifestano e delle quali registi, autori, artisti hanno il dovere (anche costituzionale) di farsi carico.

Il teatro civile quanto spazio occupa nella sua drammaturgia?

Tutto lo spazio, non ho mai scritto nulla di non impegnato o non all’interno di progettualità legate a contesti e problematiche sociali e culturali.

Dirigendo le attività teatrali presso il Carcere di Rebibbia a Roma ha tratto ispirazione, anche sotto il profilo delle dinamiche psicologiche, dall’esperienza personale di qualcuno?

All’inizio c’è sempre l’attore e la sua necessità di raccontarsi, di dare voce al dolore, di aprire una finestra di dialogo, di lenire la sofferenza mediante la parola, di attraversare l’esperienza vissuta e condividerla, di respirare. L’incontro è la sorgente creativa della drammaturgia. Anche Mercoledì delle Ceneri parte da qui, dalle vite, dalle interiorità, dalle esperienze delle attrici e degli attori sulla scena per aprirsi ad una riflessione generale sul tema della violenza di genere. È un metodo di lavoro e di costruzione che ho esportato da dentro a fuori le carceri con la Compagnia professionale di attori ex detenuti e non.

Il teatro, per i detenuti ha valenza educativa, sociale, catartica?

L’arricchimento più significativo che il teatro mette a disposizione è la possibilità di trasformare contemporaneamente lo sguardo degli altri e la percezione di sé, di dismettere la maschera sociale che l’attore ha indossato nella vita. La rappresentazione è lo strumento della rivoluzione identitaria, la possibilità – a compimento della finalità costituzionale della pena – di smettere di identificarsi con il reato commesso, ai propri occhi e agli occhi degli altri.

I temi che lei porta in scena possono scavare nell’emotività dell’interprete e far emergere un vissuto familiare o personale di violenze e abusi?

Il processo di lavoro parte dalle persone e dalle dolorose esperienze biografiche per ricomporle, in modo invisibile per lo spettatore, all’interno di una forma narrativa poetica che le trascende e le rappresenta al tempo stesso. I vissuti sono lì, dietro i personaggi e le loro vicende, innervano l’interpretazione di verità ma non vengono esposti, restano filtrati dalla drammaturgia.

Capita che si inneschi un transfert tra l’attore portatore di un vissuto drammatico e il personaggio interpretato?

L’attore si muove in una dimensione ibrida fra essere, rappresentare e rappresentarsi, il nostro è un teatro di soglia tra verità e finzione.

Quali sono le motivazioni dei detenuti nell’aderire a un progetto teatrale: esigenza espressiva, bisogno di socializzare, desiderio di visibilità?

Inizialmente bisogno di evasione dagli spazi ristretti delle celle e dei reparti, desiderio di riempire di senso un tempo vuoto privo di forma e direzione, ottenimento di benefici legati alla logica premiale dei percorsi istituzionali, desiderio di creare nuove relazioni sostitutive di quelle spezzate dalla detenzione. Dopo di che irrompe il teatro, con la sua forza trasformativa.

Nella sua esperienza, il tema della violenza di genere come viene inteso nella comunità carceraria?

I reati legati alla violenza di genere sono considerati infamanti dalla comunità carceraria, non è semplice affrontarli.

Il teatro può essere un mezzo di denuncia di questo fenomeno?

Il teatro può e deve esserlo, nella prospettiva di costruire una rivoluzione culturale e sociale che riscriva il ruolo della donna nella società.

La criticità della condizione carceraria per sovraffollamento e distorsioni del sistema, quanta attenzione concede allo sviluppo dell’affettività?

Pochissima. La questione della negazione del diritto all’affettività è un nodo irrisolto, una delle ferite aperte. Recente è la sentenza della Corte Costituzionale sul diritto ai colloqui intimi in carcere e l’inizio dell’adeguamento delle strutture penitenziarie alla sentenza. Difficilissima da realizzare una progettualità di educazione all’affettività in senso ampio, è complicato nelle scuole, lo è ancora di più nelle carceri. Ci lavoriamo, anche in collaborazione con la Fondazione Una Nessuna Centomila, che patrocina lo spettacolo, e con l’Associazione Crisi Come Opportunità.

Tra gli attori della Compagnia qualcuno è stato condannato per violenza di genere?

Assolutamente no.

Il consenso è al centro del dibattito parlamentare. I detenuti della Compagnia come si pongono davanti all’autodeterminazione femminile?

Sono insieme alle donne, in una battaglia comune.

Gli uomini e le donne hanno un approccio diverso nella ricerca della propria identità attraverso la recitazione?

L’indagine interiore è un viaggio personale, indipendente dal genere. Ogni attrice, ogni attore ha un approccio unico, e in quanto unico prezioso per il teatro.

Il teatro è testimone e portatore di valori contro la violenza di genere: quale contributo può fornire all’educazione ai sentimenti e alla relazione?

Lo spettacolo cerca di smascherare gli stereotipi che sono dietro l’atto violento, la cultura patriarcale e maschilista che precede e legittima gli abusi, le false visioni, le insidie del linguaggio, le gabbie culturali.  È un processo di riflessione collettiva che lavora sulle relazioni nel microcosmo del gruppo e della comunità di attori e spettatori insieme.

Ridefinizione dell’identità, sviluppo dell’autostima, socialità, rispetto dei ruoli: il teatro è un potente veicolo di reinserimento sociale?

Lo è, fra le persone della compagnia, costituita da attori ex detenuti e non, donne e uomini, che provengono da ambienti culturali e sociali diversi, e nella relazione con il pubblico e nuovi contesti professionali.

Nella sua esperienza ha visto emergere autentici talenti?

Assolutamente si! Attori oggi professionisti, che hanno lavorato e lavorano in teatro e anche al cinema, portando un contributo unico. Sono tanti, e sono in scena anche in Mercoledì delle Ceneri.

Mercoledì delle Ceneri, scritto e diretto da Valentina Esposito, è in scena al Teatro Vascello di Roma dal 31 marzo al 4 aprile 2026

Tania Turnaturi

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