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Reading: Teatro dell’Opera di Roma, Ariadne auf Naxos di Richard Strauss, l’eterna dicotomia fra opera seria e opera buffa
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Teatro dell’Opera di Roma, Ariadne auf Naxos di Richard Strauss, l’eterna dicotomia fra opera seria e opera buffa

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 17 Marzo 2026 13:01
Fabiana Raponi
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Ariadne-auf-Naxos_Tuomas-Katajala-Bacchus-Axelle-Fanyo-Ariadne_ph-Fabrizio-Sansoni-Opera-di-Roma-2026
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Riuscito allestimento di David Hermann, applausi per il cast

La difficile, se non impossibile coesistenza di opera seria e di opera buffa, l’intreccio della mitologia con la commedia dell’arte. È con rara genialità che Ariadne auf Naxos di Richard Strauss, su libretto dell’inseparabile Hugo von Hofmannsthal, riesce ad unire in un Prologo quasi parodistico un lungo e intenso Atto unico che sfocia in una “pura esperienza sensoriale” come commenta Maxime Pascal, sul podio dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma che, a distanza di 35 anni, ha ospitato un nuovo allestimento dell’opera accolto calorosamente dal pubblico.
Opera squisitamente metateatrale. Ariadne auf Naxos racconta il teatro nel teatro, l’incontro/scontro dell’opera seria con l’opera buffa: nella casa dell’uomo più ricco di Vienna stanno per andare in scena l’opera seria Arianna a Nasso e un’opera buffa. Ma poi, a causa della mancanza di tempo, le due opere dovranno essere rappresentate contemporaneamente mettendo in scena l’eterna lotta fra il tragico e la commedia: il compositore non riesce a tollerare che la sua opera possa essere contaminata dagli attori della farsa, ma poi la tragica vicenda di Arianna dovrà convivere in scena con le maschere della commedia e i personaggi sveleranno il loro vero essere in una commistione fra la verità e la finzione, dove i mondi di Zerbinetta, Arianna e Bacco, finiscono per convivere, uniti dalla musica.

Il regista David Hermann, alla sua seconda regia al Costanzi dove aveva debuttato pochi giorni prima con Inferno di Lucia Ronchetti, gioca anche stavolta la carta della contemporaneità, ma senza esagerare. Il Prologo si apre sulle scene di Jo Schramm: una sala di bianco accecante con tre porte dove i personaggi e gli attori con fare comico e parodistico, entrano ed escono, agghindati in abiti moderni, o abiti di scenda della commedia italiana, con qualche stravaganza.

L’Atto unico tragico, si ambienta a Nasso, fra alberi enormi dalle fattezze quasi umane, e antri: l’oscurità delle luci accompagna il dramma di Arianna e i costumi di fattezza greca. Il suo dramma si intreccia con i colori dei personaggi della commedia fino al fondersi dei due mondi e alla trasfigurazione finale con l’apparizione, decisamente sottotono, di Bacco. Il dio, che dovrebbe manifestarsi in tutta la sua magnificenza, appare vestito in camicia e jeans, facendo il suo ingresso dal palchetto laterale. Esperienza sonora musicale che travolge la platea.

Pascal, specialista del repertorio del Novecento (all’Opera dopo il 2017), guida l’Orchestra (ridotta) in una partitura all’insegna del contrappunto: si va dall’elegante brillantezza irridente del Prologo, particolarmente vivace, alle sonorità (e durate) quasi wagneriane dell’Atto unico, a tratti un po’ lento, esaltate dalla voce dei cantanti in scena, molto apprezzati.

Grandi applausi al soprano Axelle Fanyo nel ruolo di Ariadne (dopo Adriana Mater di Kaija Saariaho), di grande estensione vocale e timbro scuro e fascinoso, molto apprezzata il soprano cinese Ziyi Dai impegnata nei virtuosismi vocali (molto applauditi) di Zerbinetta, di elegante temperamento la statunitense Angela Brower nel ruolo del compositore, squillante il Bacchus del tenore finlandese Tuomas Katajala in un’apparizione un po’ dimessa. In generale il resto del cast, accanto ai ruoli principali, è apparso sempre di ottimo livello. Notevole l’apprezzamento del pubblico che premia l’allestimento e il cast.

Fabiana Raponi

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