In scena al Teatro Brancaccio di Roma fino al 26 aprile 2026
Un tripudio di colori e di energia. Un trionfo di momenti esilaranti e buoni sentimenti. Una storia che fa sognare, proiettando con nostalgia in un mondo in cui tutto è possibile. Un musical che racconta i fasti di un’epoca al tramonto e l’avvento di una nuova stagione nella magia del cinema.
Nel 1927, a Hollywood viveva il suo momento d’oro il cinema muto, i cui divi riscuotevano planetario successo senza pronunciare verbo, ricorrendo soltanto all’espressione dei gesti e alla mimica facciale con l’ausilio di didascalie. Con l’avvento del sonoro in The Jazz Singer, la prima pellicola con dialoghi sincronizzati, tutto cambia. Molti attori del muto si scoprirono non adeguati: chi non sapeva recitare, chi aveva una voce stridula, chi non riusciva a sincronizzarsi con le nuove tecnologie.
È questo il passaggio cruciale che Cantando sotto la pioggia racconta, tra nostalgia e comicità, riprendendo la trama della versione cinematografica del 1952.
Don Lockwood è una star del cinema muto, acclamato in pellicole di successo insieme alla sua partner Lina Lamont.
Amico e spalla comica di Lockwood è Cosmo Brown, con cui vorrebbe realizzare un film sonoro. Ma la voce stridula e inespressiva di Lina unita alle storpiature e sgrammaticature con le quali si esprime, non è adatta alle necessarie qualità di attrice.
La produzione ricorre a Kathy Selden, giovane cantante-attrice di talento, chiamata a doppiarla in segreto per non urtare la suscettibilità della star. Lockwood intanto se ne è innamorato, ma il sentimento è ostacolato dalla garrula Lina, che minaccia rappresaglie e ripicche con la sua voce chioccia che si impenna sulla pronuncia delle parole.
Tra scenette di film muti, tentativi di adattamento alle nuove modalità con microfoni gracchianti, scene madri recitate con esasperata enfasi, capricci divistici e balletti giulivi, l’amore trionferà.
Adattato, tradotto, diretto e coreografato da Luciano Cannitto, lo spettacolo è un omaggio alla magia dei grandi musical americani e una gioia per gli occhi. La scelta registica ha esaltato la stretta connessione con il cinema, dalle immagini iniziali a quelle conclusive e con inserti di filmati muti.
Lorenzo Grilli canta, balla e recita senza soluzione di continuità, esibendo numeri di tip tap, in coppia con l’incontenibile e sorprendente Vittorio Schiavone nel ruolo di Cosmo Brown, che scatenano applausi. Eleganza, buona recitazione e solida vocalità rendono il suo Don Lockwood credibile e simpatico, mentre Schiavone è un’autentica meraviglia.
Flora Canto offre un’ottima performance canora e recitativa: voce brillante e recitazione sciolta delineano Kathy Selden come un personaggio amabile e spontaneo.
Sorprendente la Lina Lamont di Martina Stella, che sfodera un registro comico di espressioni strampalate e di glamour che la pongono perennemente al centro dell’attenzione dello staff del film e del pubblico in sala. Bella e ironicamente sopra le righe, esibisce una versatilità inaspettata.
Maurizio Semeraro, Sergio Mancinelli e tutto il corpo di ballo contribuiscono alla spettacolarità della rappresentazione. Il celeberrimo Singing in the rain cantato e ballato da Don Lockwood, diventa iconico e realistico con la pioggia che scende abbondante in scena e sulla felicità di Don, filtrando la luce dei lampioni.
Le scenografie, le coreografie e i costumi creano coralità e luminosità, che diventa abbacinante nella scena finale dei danzatori in impermeabile giallo e ombrelli.
La scenografia di Italo Grassi si articola su pannelli in scorrimento che ricreano l’atmosfera hollywoodiana in interni ed esterni, fino alla suggestiva pioggia che rimbalza sugli ombrelli.
I costumi di Silvia Califano sono espressione degli anni ’20.
La direzione musicale è affidata a Ivan Lazzara, il disegno luci è curato dal visionario Valerio Tiberi e il disegno audio da Franco Patimo.
I brani cantati sono tradotti, mentre quelli più iconici conservano i ritornelli in lingua inglese delle canzoni di Nacho Herb Brown e Arthur Freed su libretto di Betty Comden e Adolph Green.
Una gioia per gli occhi, un inno alla bellezza e alla visionarietà.
Dalle note di regia: “In questa nuova edizione italiana ho scelto di accentuare il tono comico e brillante della storia, esaltandone la leggerezza e lo spirito giocoso, senza però rinunciare alla profondità del contesto storico e culturale in cui è ambientata: la Hollywood degli anni ’20, nel pieno di una rivoluzione tecnologica e artistica, quella del passaggio dal muto al sonoro.
Questo passaggio epocale fa da sfondo a una vicenda che parla, in fondo, del potere trasformativo dell’arte, della resilienza degli artisti, della capacità di reinventarsi e di trovare una propria voce anche quando tutto cambia. Temi che oggi, forse più che mai, risuonano con forza.
Il lavoro sulle coreografie e sull’adattamento ha seguito la stessa linea: mantenere il rispetto per la tradizione, ma con uno sguardo fresco, dinamico, moderno. Il movimento diventa linguaggio narrativo, parte integrante del racconto, così come la musica e la luce, che ho voluto trattare come elementi drammaturgici veri e propri”.
Tania Turnaturi

