recensione
Emma Dante incanta e colpisce duro con Extra Moenia
Che ruolo ricopriamo in società? Quante e quali maschere usiamo per vivere insieme agli altri? Che posto abbiamo quando lasciamo le mura domestiche? Questi ed altri interrogativi sono il fulcro di Extra Moenia, lo spettacolo di Emma Dante andato in scena
al Teatro Arena del Sole di Bologna a metà aprile. La regista palermitana, quest’anno Leone d’Oro alla carriera per la Biennale Teatro 2026, torna a parlare di relazioni e di comunità nella sua unica e speciale poetica, inconfondibile ma sempre nuova. Non solo, ci dimostra come a volte dalla ricerca messa in atto nei saggi di formazione possa nascere uno spettacolo vero e proprio. Extra Moenia infatti è nato alla fine della stagione 2019/2020 della Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo di Palermo, conservandone la struttura drammaturgica e alcuni elementi narrativi che raccontano la nostra contemporaneità.

Quattordici performer di età, sesso e origine diversa si avvicendano in quel “movimento a squadra” tipico del teatro di Dante. Il gruppo come magma indivisibile che racconta per metafore e non i grandi temi del mondo odierno: guerre, migrazioni, disastri ambientali,
violenze di genere, derive sovraniste e ingiustizie di ogni tipo. La comunità intesa anche come dimensione esterna: extra moenia significa letteralmente “fuori dalle mura”, indicando qualcosa che si svolge fuori dalla propria casa, dal proprio posto di appartenenza.
Contraltare a questa idea del gruppo, della comunità, dirompe in alcuni momenti della creazione il singolo, con la propria storia, la propria personalità, la propria verità. Dal migrante che arriva dal Congo a due calciatori del Palermo, da una donna iraniana a due
innamorati sul punto di sposarsi, e così via. «Tutti si ritrovano per strada – si legge nelle note di regia – fuori dalle mura di casa, per
vivere insieme le meraviglie e le miserie della vita. Prima su un treno, poi in una piazza, in una chiesa, al bar, poi di nuovo per strada, al freddo, al caldo, in un posto non sicuro dove un attentato semina il panico fino ad arrivare al mare in un naufragio collettivo». In un’ora di spettacolo Emma Dante ricrea una giornata che inizia e finisce, fa e disfa, cuce e scuce, in un lavorio del sottosuolo drammaturgico che emerge in tutta la sua forza nel teatro fisico che fa degli attori carne e anima, e che lascia sempre con il fiato sospeso fino al finale, in cui ci si sente svuotati, ma più ricchi dentro. Di senso, di colpa, di opportunità, di vita.
Erika Di Bennardo

