Un ricco programma di spettacoli e concerti ha acceso la scena del Florian Espace di Pescara dall’8 al 15 maggio 2026
Cinque serate intense – tra teatro, musica e poesia – hanno caratterizzato la seconda edizione di “Dell’Abruzzo e d’altre Regioni”, il festival del Florian Metateatro tutto dedicato alle culture del territorio, nell’insieme fecondo delle espressioni linguistiche e sonore che le alimentano.
L’apertura del sipario è affidata ad uno dei principali rappresentanti del teatro di narrazione, Saverio La Ruina. Il suo “Via del Popolo” (spettacolo vincitore Premio Ubu 2023) è d’altronde un esemplare puro del concetto di territorialità, segno identificativo di tutto il percorso artistico dell’artista calabrese, che però qui trova espressione in maniera più manifesta e sincera che mai. Si tratta del lavoro più personale di La Ruina, dove l’io narrante si identifica con l’attore, e la drammaturgia attinge direttamente dal deposito del ricordo intimo.
La Ruina parla di sé, della sua famiglia e del suo borgo (quella Castrovillari che lui ha reso celebre tramite il festival “Primavera dei Teatri”). Parla del tempo andato e di quello attuale, due entità che la realtà contrappone e che il ricordo riunifica. Ma soprattutto, il ricordo – tramite un rito di rievocazione e narrazione – regala al passato l’illusione di un futuro: un’ultima volta, perennemente rimandata a domani.
E’ il tempo il protagonista dello spettacolo: impone il suo carattere e i suoi umori, procedendo per salti e ritorni, intermittenze e interferenze. Al contempo, la dimensione del luogo agisce da motore drammaturgico, perché la sostanza animica del tempo trova forma e voce solo nel contatto con la fisicità dei posti, gli angoli tra i vicoli, le insegne sbiadite, la pietra dilavata delle lapidi.
La Ruina costruisce un congegno solidamente strutturato, intrecciando con dissimulata oculatezza due livelli di racconto, ove l’uno dilata misuratamente la temporalità dell’altro. Tuttavia, il disegno è più mappa che progetto, un tracciato che non esclude l’erranza. Il racconto di La Ruina rifugge dalla rigidità del copione ammettendo al suo interno pause dense, fatte di sfasature e deragliamenti dettati dalla temperatura del momento, in dialogo tacito con il pubblico.
La seconda serata del festival è animata dall’energia del duo Lustrascarpe, al secolo Valentina De Giovanni (voce) e Gabriele Elliott Parrini (chitarra). Un’energia al contempo sferzante e dolce, come sono Roma e la romanità, la sua parlata e i suoi stornelli.
Il risultato è un concerto-spettacolo fatto di un repertorio corposo, “servito” con disinvoltura. Alternando aneddotica e canzoni, i due artisti imbastiscono un’atmosfera informale, quasi famigliare, in cui si respira senza astrazioni la matrice popolare del patrimonio che interpretano. Il nome del duo intende proprio trasmettere il concetto di una sintesi tra popolanità ed eleganza, artigianalità e arte.
Chicche e rarità si intrecciano a veri e propri “standard”, motivi e ritornelli che ciascuno di noi ha canticchiato o fischiettato mille volte passeggiando o nel mentre delle azioni domestiche. Ogni sfumatura emotiva descritta – dal dolore alla gioia – viene fatalmente a tingersi di un velo di nostalgia, perché tramite la Roma ingenua rievocata dalle canzoni rivive anche l’immagine di un’Italia che non c’è più: un passato collettivo, anzi, che riappare e svanisce di nuovo ai nostri sensi nel tempo breve in cui si consuma una canzone.
Gravita, nel cuore del concerto, la presenza di Gabriella Ferri, che Valentina De Giovanni interpreta con efficacia speciale (val la pena ricordare il suo “Sono partita di sera”, spettacolo del 2018 interamente dedicato alla grande artista romana), mentre i versi di Trilussa puntellano gli snodi della serata dando adito a momenti di coinvolgimento attivo degli spettatori.
“Pe’ n’ora solə” del duo Albamò è un “viaggio nella musica e nella poesia d’Abruzzo”. In principio è il suono, lo strumento, la voce, la parola cantata … Alberta Cipriani e Monja Marrone ci conducono attraverso un percorso sorprendente, basculando senza soluzione di continuità tra le categorie del noto e della scoperta: un itinerario accuratamente selezionato di canzoni della tradizione abruzzese viene proposto in chiave inedita tramite arrangiamenti innovativi e contaminazioni con i ritmi e le sonorità appartenenti ad altre latitudini.
Un’ambivalenza che sembra essere la chiave intima dell’intero spettacolo: le due artiste si alternano con l’attore Sebastiano Nardone, fine conoscitore e dirompente interprete dei versi del poeta Luigi Dommarco (nativo di Ortona, al pari di Nardone, Cipriani e Marrone). Se il linguaggio della musica riconnette la cultura tradizionale abruzzese con il presente e le sue tendenze, la poesia vernacolare ne ricostruisce con precisione filologica le radici.
Più che recitare, Nardone scolpisce e destruttura i testi caustici di Dommarco, li flette al grado massimo di tensione e poi li distende, scandendo ogni singola sillaba e fonema caratterizzante. In questo modo, la pagina riverbera una carrellata verace di personaggi e scene, che da un lato restituiscono antropologicamente la quotidianità di un borgo pre-industriale, dall’altro funzionano da autentici quadri scenici, come gli sketch di una rivista o di un cabaret.
Una teatralità che ritroviamo intatta e autentica nella performance musicale di Alberta Cipriani e Monja Marrone, dove la grazia e l’estrema eleganza d’esecuzione sprigionano in un flusso energetico palpabile, che lega voci e corpi delle interpreti in fusione totale con gli strumenti e le risonanze dello spazio scenico.
L’intreccio di musica e versi poetici si conferma anche nella quarta serata del festival: il concerto proposto dal Sansisto Trio si impagina con le stazioni del recital “Migrano tra i sogni le parole”, elaborato dai versi del poeta abruzzese Benito Sablone, interpretato in scena da Giulia Basel e Umberto Marchesani. La lingua poetica di Sablone rivela una sorta di atemporalità, moderna eppur capace di dipingere un ritratto icastico dell’Abruzzo dei nostri avi. Una sorta di realismo magico implicito, dove è l’estrema asciuttezza e fattualità dei dettagli fermati dalla scrittura a proiettare l’aura di una sacralità tangibile sopra l’orizzonte di vite consacrate alla fatica.
Sansisto è un progetto musicale fondato lo scorso anno dal polistrumentista pescarese Tino Santoro attorno all’idea di ripercorrere il patrimonio tradizionale abruzzese proponendo arrangiamenti innovativi, versioni alternative e creazioni originali. Per l’occasione, il gruppo ha optato per una formazione trio, giungendo a creare un risultato sonoro del tutto peculiare: Tino Santoro, voce principale del gruppo e curatore dei testi, si è alternato alla chitarra e al bouzouki; la seconda voce del gruppo, Alessio Tessitore, ha governato un set nutrito di percussioni (piatti, idiofoni, tamburi a cornice, cajon e djembé); Giulio Scocchia, alla tromba e al flicorno, ha innervato i ritmi dei brani con guizzi ora graffianti ora carezzevoli.
Il repertorio messo a punto dal Sansisto Trio (composto per l’appunto da rivisitazioni di brani esistenti, integrati da pezzi originali) trasmette il senso di una terra d’Abruzzo resistente, fotografata nella calura estiva o nella primavera placida, dove la natura ristora i turbamenti della coscienza moderna.
Nel ciclico ripetersi delle sue manifestazioni, la natura risveglia ricordi e legami forti, immagini del passato o sensazioni sopite. Emergono figure archetipiche, la madre e il padre, la donna e i bambini, ed anche la forma della canzone (espressa in rigorosa lingua dialettale) asseconda le ritualità che accompagnano l’incedere del ciclo vitale, dalla ninna nanna alla serenata. Persino un moto di riscatto sociale (la rivoluzione) rientra infine nel disegno naturale dei movimenti astrali, un’altezza non solo fisica che invita a superare la piccineria del piano umano, i confini angusti della sua illusa autosufficienza.
Nella serata conclusiva del festival, il maestro Antonello Avallone regala uno one man show irresistibile, che strappa applausi ma soprattutto crea un legame affettivo istantaneo tra attore e spettatori. “Io, Ettore Petrolini” appare una scrittura cucita su misura per Avallone, ricca com’è di variazioni interne, dal meditativo al riso, con punte di numeri pirotecnici giocati rigorosamente in proscenio, dove l’incontro con il pubblico è dichiarato, sovraesposto in tutti i sensi, alla maniera del vecchio avanspettacolo.
Il testo messo a punto da uno studioso come Giovanni Antonucci contiene difatti uno sguardo d’insieme, di contesto: vengono ripercorsi (e ben chiariti) i rapporti con i futuristi, quelli ambivalenti con la critica del tempo, le tappe di un successo incessante, proiettato su scala nazionale ed internazionale fino all’apoteosi nel tempio laico della Comédie Française a Parigi.
Non manca, naturalmente, un viaggio negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Petrolini, l’apprendistato tra i baracconi degli imbonitori e i tavolacci dei caffè-concerto, con l’avventura teatrale abbracciata in quanto tale, ovvero come vocazione, sì, ma anche come via di fuga dai rigori di un’educazione che soffocava. Prende vita in questo modo l’affresco di una Roma ingenua, irrecuperabile e inimmaginabile ormai, perduta nel tempo del ricordo e del racconto.
La memoria è d’altronde l’inchiostro stesso della drammaturgia in questo lavoro, e la scena ne diviene il correlativo oggettivo: due grandi bauli semiaperti, un separé e un manichino, ovvero il deposito diffuso dei vecchi costumi del grande attore. Ma non si tratta di madeleine proustiane: qui il ricordo viene presto fisicizzato, riportato al presente organico nel corpo elettrico e nella parola atletica di un attore-autore unico come Ettore Petrolini: Avallone si trasforma e si moltiplica sotto i nostri occhi, incarnando i cavalli di battaglia del repertorio petroliniano, in un carillon mirabolante di equilibrismi tesissimi giocati sull’asse della coordinazione tra parola e gesto.
Una prova attoriale folgorante eppure delicata, che lascia addosso l’argento di uno stupore autentico di fronte al genio di Petrolini, artista che davvero ha precorso i tempi della performance art. Un’interpretazione, soprattutto, che rende l’essenza di un mattatore sui generis, angelico, “senza peccato”: capace di calamitare platee chiassose ed esigenti senza far ricorso al lirismo degli eroi drammatici, fedele sempre e soltanto al lampo della leggerezza.
Paolo Verlengia
CREDITS:
DELL’ABRUZZO E D’ALTRE REGIONI/rami e radici (seconda edizione)
direzione artistica Giulia Basel
direzione organizzativa Massimo Vellaccio
staff Emanuela D’Agostino, Umberto Marchesani, Alessandro Vellaccio, Marta Neri, Anna Paola Vellaccio, Chiara Sanvitale
tecnico Renato Barattucci, Fabrizio Pronio
ufficio stampa Cecilia Buccioni
foto e social media Mara Patricelli, Swami Di Domizio
video Alessio Tessitore
grafica Clarice
FLORIAN METATEATRO, stagione 2025-2026

