al Teatro Argentina di Roma, fino al 24 maggio 2026
A oltre settant’anni dal suo debutto, il capolavoro teatrale di Arthur Miller continua a rivelarsi un’opera di sorprendente attualità. Nasce in un’America del dopoguerra, intenta a voltare pagina dopo la tragedia per proiettarsi verso un futuro radioso: un mondo di insegne luminose e volti splendenti, di football e bibite gassate. Eppure, in qualche modo, l’immagine centrale del dramma, quella del rappresentante di commercio che si affaccia sull’abisso della perdita di identità, continua a ripresentarsi. Noi proveniamo da quel futuro radioso e Willy Loman è ancora uno di noi.
Luca Lazzareschi offre un’interpretazione di grande sottigliezza: il suo Willy si muove sul palco barcollando, instabile come una nave mercantile svuotata e alla deriva. È un ritratto finemente cesellato di erosione e smarrimento, quello di un uomo consumato da anni di lavoro, debiti e promesse mai mantenute. Miller non racconta semplicemente il fallimento di un individuo: mette sotto accusa un sistema economico disumanizzante, capace di trasformare l’essere umano in merce obsoleta.
L’uomo comune protagonista del classico di Arthur Miller potrebbe essere caduto vittima di un mito trumpiano dell’uomo che si è fatto da sé – schiacciando la concorrenza, privilegiando l’individuo: ha lavorato per anni vendendo i prodotti, ha creduto in un sistema corrotto e in piani di pagamento spietati – ma si trova dalla parte dei perdenti, ed è proprio questa incapacità di stare al passo della competizione della società in cui vive, a renderlo una figura tragica.
Accanto a lui, Pia Lanciotti interpreta una Linda dolente e lucidissima: è il punto di riferimento della compassione dell’opera, dopotutto è lei che sostiene moralmente la famiglia, che si occupa della casa, che paga le bollette, che cerca di racimolare ogni centesimo per riparare il frigorifero, la macchina, il tetto.
Intorno a questa coppia ruotano i due figli adulti: Biff (Michele De Paola) e Happy (Giovanni Cannata), spinti ai margini della propria vita, cresciuti nella retorica del successo ed incapaci di emanciparsi dalle illusioni paterne.
Tutti quei tentativi falliti di rincorrere il sogno americano sono stati vani, in questo senso, la scena chiave resta quella in cui Willy affronta il suo giovane capo, Howard (Giovanni Arezzo), più interessato al suo nuovo registratore che al destino di un dipendente fedele; il licenziamento arriva senza tanti complimenti, e con esso il crollo definitivo.
Carlo Sciaccaluga dirige con mano sicura senza stravolgere il testo, nella traduzione di Masolino D’Amico, ma gestendo con abilità le atmosfere e i frequenti slittamenti temporali. La scenografia di Anna Varaldo — un ambiente domestico grigio, spoglio, dilatato fino a perdersi dietro le quinte — è la rappresentazione visiva del vuoto che si cela dietro l’ottimismo americano e le promesse del consumismo.

Morte di un commesso viaggiatore è un’opera teatrale che continua a commuoverci perché, come Willy, stiamo annegando nelle illusorie garanzie del capitalismo e non riusciamo a vedere oltre le mura della nostra prigione. La caduta di Willy è annunciata fin dal titolo e nessuno può salvarlo: il suo destino nasce dall’incapacità di distinguere la realtà dalla propaganda del successo. È questa consapevolezza a rendere l’opera di Miller ancora così necessaria. Dietro la vicenda di un commesso viaggiatore, stanco e disilluso, si riflette infatti una società intera, ancora intrappolata nelle false promesse del capitalismo e incapace di immaginare un’alternativa.
Roberta Daniele

