recensione di Tiziana Bagnato
Riti e credenze del Mediterraneo in scena nello spettacolo “Magarìa. Elegia di un mondo perduto”
Rituali, credenze, superstizioni. Attraversa questo mondo ruvido e ancestrale con la potenza di un lessico dialettale verace lo spettacolo “Magarìa. Elegia di un mondo perduto” del collettivo Agartha.
Non una semplice drammaturgia quella che tiene le fila di personaggi, canti, ombre e suggestioni, ma una vera e proprio ricerca di taglio storico e antropologico che ha portato l’autrice Eliana Iorfida e l’attore e regista Francesco Gallelli a spingersi nel cuore del Mediterraneo, dal Sud Italia, al Nord Africa alla Grecia, per raccogliere storie e scoprire radici, scovare suggestioni e portare a galla commistioni di passato e presente. Dopo la tappa di Monasterace, la rappresentazione è approdata nel cuore di Badolato Borgo, davanti alla seicentesca chiesa dell’Immacolata, nell’ambito del SpopArt Fest.
“Questo spettacolo – spiega l’autrice del testo – vuole essere un omaggio al mondo antico pastorale, al mondo antico da cui proviene la nostra identità più profonda. Un mondo perduto, ma noi vogliamo credere che non lo sia del tutto”.
“Magarìa” intreccia narrazione e performance, lingua italiana e calabrese, grecanico e arabo, suoni dal vivo e composizioni elettroniche quali elementi di una liturgia collettiva.
Un pastore si smarrisce col suo gregge in un bosco la notte di Sant’Antonio Abate, notte magica in cui gli animali parlano fra loro, divenendo vittima di una serie di incontri con creature afferenti al mondo pagano dell’area mediterranea, al limite tra reale e onirico, fino a quando, partecipando a un rito orgiastico fra pastori, ne uscirà profondamente trasformato. Dal rituale dionisiaco, il pastore muterà in una magàra-carbonaia che a sua volta frequenta i boschi.
In scena un unico e camaleontico attore, il regista Francesco Gallelli, protagonista di una straordinaria prova attoriale. “Lo spettacolo – afferma – è un omaggio alle figure archetipe degli entroterra mediterranei. Abbiamo frequentato pastori e persone anziane che ci hanno offerto le loro conoscenze, i loro ricordi e hanno condiviso, in alcuni casi, il loro “credere”. Questo bagaglio è stato poi trasferito in scena”.
Fondamentale, l’uso degli strumenti e della musica affidato a Gianluca Chiera. “Creare i suoni, unire la musica digitale ed elettronica agli strumenti della tradizione, come le zampogne delle Serre calabresi, è stata un’avventura”, ammette il compositore.
Un vero e proprio viaggio onirico e sensoriale quello andato in scena e che approderà il 10 settembre a Bova Marina.

