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Die Fledermaus

Nicola Bano
Ultima modifica: 3 Febbraio 2018 16:17
Nicola Bano
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Questa produzione di Die Fledermaus, di Johann Strauss, per la prima volta al Piermarini, somiglia un po’ ad una di quelle anziane signore che ricorrono in modo eccessivo alla chirurgia plastica, nel tentativo di nascondere dal volto gli anni che passano.

Un tentativo di apparire giovani che, se ad un primo sguardo può sembrare spesso riuscito, passata la così detta “prima impressione”, stride inevitabilmente con la voce, la personalità, le movenze e le altre parti del corpo, le quali rivelano, inevitabilmente, l’età reale, spoglia degli artifizi chirurgici.

Quindi, questo Pipistrello ammodernato, trasportato ai giorni nostri, perfino con diverse modifiche al libretto, da un lato si può dire riuscito, dall’altro ci lascia perplessi perché, in effetti, resta pur sempre un’opera scritta nella Vienna del 1874 ed è lo specchio di quei tempi, di quei gusti, di quella raffinatezza che mal si adatta al 2018, per quanto ci si provi.

Così i nobili diventano ricchi imprenditori, con quel fare di cafonaggine alla Briatore e gli stereotipi che tutti noi possiamo facilmente immaginare: Vienna viene traslata in una località di villeggiatura montana, con panorami mozzafiato (simile alla Cortina dei cinepanettoni nostrani), i dialoghi diventano un miscuglio di lingue che – nelle intenzioni dichiarate dal regista – rispecchiano la società multietnica odierna e perfino il principe Orlofsky, nel libretto originale en travesti, diventa Orlofskaya, una ricca oligarca russa con evidenti problemi di dizione.

Tutto ciò potrebbe anche funzionare, se non fosse completamente in dissonanza con due aspetti fondamentali: in primis, la musica di Johann Strauss, che è rappresentazione liquida di quel buon gusto raffinato e pieno di vezzi; in seconda battuta il libretto che, se davvero volesse essere trasportato ai giorni nostri (per quanto rimaneggiato) apparirebbe comunque ingenuo, perfino perbenistico. Insomma, nell’epoca delle Olgettine, dei transessuali di Lapo Elkan, degli scandali di Hollywood e delle orge a base di cocaina di certi prelati, i tradimenti coniugali fatti di bacetti pudici, scritti da Carl Haffiner e Richard Genée, sembrano innocenti quisquilie, davvero poco verosimili e certo tutt’altro che scandalosi.

Oltre a questo, la regia di Cornelius Obonya ha un’altra pecca, ovvero: pur nelle intenzioni così post-contemporanee, i movimenti scenici, soprattutto nel secondo atto, sembrano così classici da risultare speso stucchevoli.

Paolo Rossi, che nel terzo atto ci regala un pezzo di Stand Up Comedy in puro stile Zelig, fa ridere davvero, perché riesce a far leva sul sentimento diffuso in questi giorni di campagna elettorale, scherzando sulla politica, sulle tasse, sulle inefficienze, insomma un quasi-monologo riuscito, ma forse non del tutto al suo posto nell’insieme.

Allo stesso modo la concertazione di Cornelius Meister ci è sembrata incastrata in una schizofrenia che alla fine non ha reso giustizia davvero né allo spartito, né alla messa in scena, mancando di evidenziare gli aspetti più raffinati di Strauss figlio, in senso armonico e ritmico, ma non riuscendo neppure – per forza di cose – ad aderire al contesto voluto dal regista.

Per quanto riguarda il cast sono spiccati senza dubbio la voce e il talento di Maria Nazarova, nel ruolo di Adele: un bel timbro, accompagnato da perfette capacità vocali nel fraseggio e una recitazione convincente basata su una genuina simpatia.

Positiva anche la prova di Eva Mei, nonostante qualche piccola difficoltà nel cantato, la sua Rosalinde è credibile e psicologicamente compiuta in tutte le sfaccettature del personaggio. Al contrario Elena Maximova, che nel cantato ci è sembrata tutt’altro che perfetta, ha stentato anche nella recitazione, rigida e ostentata nella resa della ricca oligarca russa immaginata dal regista, forse con tratti troppo stereotipati.

Sul fronte maschile si è distinto invece Marcus Werba, nel ruolo del Dr Falke, il quale ha messo in campo una buona recitazione e un timbro interessante, forse il più credibile sul piano della prosa.

Bravo anche Peter Sonn, nel ruolo del protagonista maschile, anche se a tratti eccessivamente languido, ma comunque in sintonia perfetta con la Mei.

Buona anche la prova di Michael Kraus, nel ruolo di Frank, di Giorgio Berrugi, soprattutto nel terzo atto, e del resto del cast, in generale omogeneo, così come il coro preparato da Bruno Casoni.

Alla fine applausi sentiti ma non fragorosi, da un teatro non proprio gremito.

La recensione si riferisce alla recita di venerdì 2 febbraio 2018.

———

Die Fledermaus

di Johann Strauss

Prima rappresentazione al Teatro alla Scala

Coro, Corpo di Ballo e Orchestra del Teatro alla Scala

Nuova produzione Teatro alla Scala

Direttore: Cornelius Meister

Regia: Cornelius Obonya 

Co-regista: Carolin Pienkos

Scene e costumi: Heike Scheele

Luci: Friedrich Rom

Coreografia: Heinz Spoerli

Video: Alexander Scherpink

***

CAST

Eisenstein: Peter Sonn

Rosalinde: Eva Mei

Dr. Falke: Markus Werba

Frank: Michael Kraus

Adele: Maria Nazarova

Princesse Orlofskaya: Elena Maximova

Alfred: Giorgio Berrugi

Dr. Blind: Kresimir Spicer

Frosch: Paolo Rossi

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